Quei palazzi, un ghetto a pochi passi dal centro
Sopra il club privé andato a fuoco uno stabile decadente, abitato perlopiù da immigrati. Affitti salati e servizi inesistenti
Vivono come in un ghetto. E lo stabile di viale Valganna 56 sembra un ghetto. Alto, scrostato, un dedalo di corridoi e appartamenti. Tubi vecchi, storti come vecchie braccia con l’artrosi, corrimano antichi e consumati dal peso di donne con bambini e borse della spesa, parabole appese alle ringhiere come tante orecchie. Più si sale e più il degrado aumenta. L’unica cosa bella è il cielo che si intravede dalle scale che corrono lungo il lucernario, dove fioriscono, oltre alle carcasse delle lavatrici, anche delle piante.
In quei palazzi ci abitano magrebini, albanesi, bengalesi. Un po’ di tutto. Una quarantina di famiglie, solo tre italiane.
Sotto questo stabile c’è il club privato che ha preso fuoco. Il proprietario è italiano e quando è successo il fatto era in montagna. «Sono arrivato qui cinque anni fa – dice un inquilino italiano del primo piano -. Questa notte è salito un fumo denso, io e mia madre siamo stati evacuati insieme agli altri. Io sono uno di quelli che l’appartamento se l’è comprato e la mattina, oltre alle bottiglie e alla sporcizia che lascia la gente che frequenta il locale, spesso trovo la mia macchina danneggiata. Una volta lo specchietto retrovisore, un’altra il lunotto».
«Io pago 450 euro di affitto al mese – dice un algerino dell’ultimo piano, in un buon italiano, vestito sportivo e griffato dalla testa ai piedi – e sono in Italia da diciotto anni, lavoro in una ditta tessile di confezioni, pago le tasse ma non riesco a trovare una casa decente. Qui siamo quasi tutti stranieri ed è una vergogna che un paese come l’Italia non ci permetta di vivere in condizioni dignitose. Io ho cercato un’altra sistemazione ma appena sentono che sono straniero si chiudono tutte le porte».
Una donna del Bangladesh si affaccia alla porta con i suoi colori sgargianti. Parla con gentilezza, anche lei è stata evacuata. Dietro la donna c’è un bambino piccolo. Curioso come tutti i bambini del mondo, sbircia tenendosi con una mano al vestito della madre. Al pianterreno, proprio a ridosso del club, c’è una fabbrichetta artigianale di valigie. Entrarci è come fare un viaggio nel tempo, nell’Italia del «Maestro di Vigevano». Vetri alti e sporchi, odore di colla, un locale grigio, le valigie allineate come se fossero pronte alla partenza. Ci lavorano marito, moglie e una «ragazza», così la chiama il titolare anche se avrà più di 40 anni, che cuce china e silenziosa su una vecchia macchina da cucire. «È un locale notturno e come tutti i locali notturni…» dice il proprietario.
Molte altre famiglie vivono nella seconda ala del palazzo. Esce una signora che in un italiano misto a pugliese dice: «Io non parlo e non sento».
Non ce n’è bisogno. È sufficiente vedere.
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