La nuova legge fallimentare, al passo con l’economia moderna
Una Giornata di studi curata dalle Facoltà di Economia e di Giurisprudenza dell’Università Carlo Cattaneo - LIUC
«Quando
l’impresa è insolvente, i creditori hanno il diritto di gestire l’impresa».
Èquesto – secondo Alberto Jorio,
professore ordinario di diritto commerciale all’Università di Torino – il
presupposto ideologico della riforma del
diritto fallimentare illustrata oggi in una giornata di studi
all’Università Carlo Cattaneo – LIUC. Un giornata che visto affluire
all’Università di Castellanza numerosi altri docenti universitari di diritto
commerciale e di diritto fallimentare, magistrati, avvocati, dottori
commercialisti. Tutti concordi nel ritenere la riforma un provvedimento di
profilo moderno, un notevole passo avanti rispetto alla normativa precedente e in
linea con un contesto economico che è sicuramente evoluto rispetto agli anni –
quelli del secondo conflitto mondiale – nei quali era stata varata la legge
precedente.
Due, in particolare, le novità della riforma. Da un lato, la conservazione del valore
dell’impresa, anche in presenza di una situazione di crisi o di vera e
propria insolvenza; dall’altro, il
potenziamento di istituti (concordato preventivo, accordi di
ristrutturazione dei debiti, piani di risanamento) che sostituiscono l’istituto dell’amministrazione controllata, che
viene a cadere e che privilegiano la fase negoziale del rapporto tra
l’imprenditore ed i suoi creditori. In tale contesto appare rinnovata anche
la funzione del fallimento, non più visto come la procedura principale del
sistema concorsuale, ma come uno tra i molti strumenti offerti per la ricerca
della migliore soluzione alla crisi.
Tra le altre novità, l’apertura agli ordinamenti
stranieri soprattutto per quanto concerne le procedure relative al fallimento,
la necessità di una convergenza di convenienze tra le parti per la salvaguardia
degli organismi produttivi e la possibilità anche per i creditori di proporre
agli imprenditori il concordato fallimentare. Con la nuova legge viene anche
introdotta la pratica dell’outsourcing, che prevede la possibilità per il
curatore fallimentare di cedere i crediti a terzi nell’ambito del fallimento.
Inoltre, dalla nuova legge si evince il tentativo di
elaborare soluzioni che siano il più possibile vicine alle esigenze dei singoli
imprenditori. “L’art. 160 – ha
ricordato la prof.ssa Elisabetta
Bertacchini, professore associato di diritto commerciale alla LIUC – introduce la possibilità di suddividere i
creditori in classi omogenee al fine di studiare trattamenti diversificati”.
La riforma
si caratterizza anche per il ruolo centrale riconosciuto alla figura
del professionista: non solo come curatore (che dovrebbe diventare il vero
protagonista della procedura fallimentare), ma anche come “esperto”, al quale
viene affidato il compito di valutare l’attendibilità e la fattibilità delle
proposte di concordato, nonché la serietà e la ragionevolezza degli accordi di
ristrutturazione e dei piani di risanamento, oltre che come “consigliere”
dell’imprenditore nella scelta della procedura più adeguata a seconda della
natura e della tipologia della crisi.
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