Partiti e identità
L'opinione del senatore del Pd Paolo Rossi
Vi è un tema particolarmente avvertito e risorgente, anche se in forma implicita e mediata, in queste prime settimane di campagna elettorale: ed è quello dell’identità. Si tratta, com’è noto, di una questione storicamente complessa e radicata che affonda le sue radici fin dalla formazione dello Stato unitario ma che, a fronte della grandi trasformazioni intervenute a partire almeno dall’ultimo decennio del secolo scorso, si è ulteriormente complicata e acuita.
Raccontare l’Italia di oggi, a fronte di spinte centrifughe e centripete, delle residuali componenti ideologiche o delle possibili innovazioni, è compito non facile, e valgano in tal senso alcune indicazioni emerse dal forum domenicale intitolato Frantumi di identità (apparso ne «Il Sole – 24 ore» del 17 febbraio u.s.), o da quello promosso, con la consueta intelligenza e ironia, da Beppe Severgnini nel «Corsera» (scegli un motto per l’Italia di oggi).
È chiaro che, alla luce di un quadro sempre più frastagliato e complesso per molti aspetti, sia seguito il tramonto del partito ideologico: di una ideologia, cioè, che trovi nel vecchio sistema-partito il proprio essenziale e inerziale riferimento. È per questo che, di là dalle strumentalizzazioni mirate – nell’incipiente secolarizzazione della società e nel richiamo alla laicità della politica per un verso, e della domanda di uno spiritualismo risorgente e di un impegno morale dall’altro, i temi cosiddetti eticamente sensibili acquistino un peso ragguardevole, proprio perché assumono la funzione di ago della bilancia entro il dilemma di una identità non più semplicemente rispecchiabile nel partito-Stato o nel partito-Chiesa.
Rispetto al passato, se non si riduce la politica a un cambiar d’abito a seconda della convenienza, il ruolo stesso del parlamentare deve considerarsi profondamente mutato. La politica dell’ideologia ha guardato all’individuo e ai suoi analoghi – dall’uomo qualunque, all’uomo-massa, fino al "consumatore" ormai di moda nei diagrammi di mappe e sondaggi –, ridotto, in sintesi, al rapporto fra qualità e prezzo dei suoi desideri. Una politica nuova non può essere ostaggio di filtri ideologici di alcun genere: e sempre più si avverte l’esigenza di una politica che sappia guardare non all’individuo, ma alla persona, e conseguentemente ai suoi bisogni.
Eccoci giunti al punto: sollecitati a riflettere, come siamo in questi giorni, sia dalla scesa in campo della Rosa bianca, sia dalla dibattuta entrata dei Radicali nelle fila del Partito democratico. Essere laici cristiani, in politica, vuol dire essenzialmente essere aperti al dialogo: una fede autenticamente religiosa, e solida, è razionale e lascia aperti, comunque, una serie di interrogativi; non è attraverso l’adesione cieca ad alcuni principî che passano la consapevolezza delle proprie radici e il senso del nostro essere oggi qui. Una prospettiva d’identità complessa e frammentaria, di cui si è accennato all’inizio, presuppone forze politiche multiculturali, disposte a confrontarsi serenamente. Il compito dei parlamentari e della politica non si riduce alla sentinella dell’ortodossia o a interrogare quotidianamente la propria coscienza, ma a cercare di decidere per il bene comune, tenendo conto della coscienza di tutti. È bene, a tal proposito, aver cura – puntualizzava Pierluigi Castagnetti (in «Europa», 12 febbraio 2008) – «di non coinvolgere la Chiesa, soprattutto la sua funzione magisteriale, la quale è bene che continui a svilupparsi – lontano da ogni rischio di "trascinamento" politico – perché mai come oggi, mai come da parte dell’uomo di oggi, è forte la domanda di orientamenti e di pensieri sapienti e duraturi, come sono quelli ispirati dal Vangelo».
Premesso ciò, non avverto il pericolo, da taluni manifestato, per l’entrata nelle liste del PD dei Radicali. Non ho condiviso alcune battaglie ma, in una prospettiva – come si diceva – sempre più svincolata dalla logica dei vecchi partiti e della vecchia politica, è importante poter delineare, con attenzione e responsabilità, possibili territori comuni. Ad esempio: un’iniziativa di rilievo come la moratoria contro la pena di morte, presentata dall’Italia alle Nazioni unite, deve essere valutata non solo come l’operato del governo Prodi e del nostro ministero degli Esteri. Essa probabilmente è stata possibile e ha acquistato forza dall’operato trasversale di molte forze che l’hanno resa credibile e possibile (da Amnesty International a Nessuno tocchi Caino, dalla Caritas alla Comunità di Sant’Egidio fino allo sforzo di Emma Bonino come commissario europeo) e, si badi, indipendentemente da quanto ciascuna di tali persone o istituzioni hanno operato nello specifico. Questo per dire che la memoria o il successo di uno sono sempre la memoria e il risultato di uno sforzo comune e più ampio.
È un’adesione responsabile, e non cieca, ai propri principî e ai propri valori, che può renderci capaci di alzare gli occhi e non guardare soltanto la mattonella che si ha sotto i piedi. Affinché i nostri valori siano vivi e operanti nell’agire politico, essi non possono essere rivolti soltanto verso le nostre radici, ma devono saper entrare in relazione, sulla base specifica di un programma culturale e politico ad ampio raggio, a quelle derive multiculturali che costituiscono il lievito del confronto e del riformismo. Quella dei Radicali è un’adesione – che capisco per noi possa essere considerata in parte finanche "stridente" – a un preciso programma: essa non prevede la presentazione ad alcun livello del proprio simbolo e presume l’immissione di una decina di parlamentari (un particolare, quest’ultimo, affatto trascurabile) a fronte degli oltre cento di area cattolico-democratica.
Sono convinto che, tanto all’interno quanto all’esterno, una nuova forza qual è il Partito democratico saprà instaurare un dialogo proficuo da cui trarre linfa vitale, sia che si sia chiamati a governare sia che si sia impegnati all’opposizione. Credo, in definitiva che questa "libera scelta" di alcuni Radicali non potrà in alcun modo inficiare l’azione e la presenza dei cattolici democratici nel Partito democratico.
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