Veltroni: “Una stagione nuova per cambiare l’Italia”

Il leader del Partito Democratico, accolto in trionfo nella tana della Lega, espone le sue idee per il futuro del Paese

Al Popolo delle Libertà risponde il Popolo di Walter. Difficile trovare nome più adeguato per la folla immane, mai vista per un raduno politico del centrosinistra a Varese, che ha affollato il Teatro Apollonio in ogni ordine di posti. Restavano all’esterno a centinaia per ascoltare il verbo del profeta del Partito Democratico. Sul palco, trepidanti, i vertici locali del PD, sorpresi anch’essi per la massiccia affluenza. All’arrivo di Veltroni è standing ovation, lo scriviamo in inglese, perchè Walter "l’americano" più volte ricorderà la sua passione mai spenta per il grande Paese d’oltreoceano e le sue infinite sfaccettature.

Introduce Veltroni Alice Colombo, scelta a simboleggiare il PD locale, ma aperto al mondo. Parlerà di donne e giovani, emergenze sempre più acute dell’oggi. Mario Aspesi, candidato presidente della provincia di Varese, ricorda che «tra un mese avremo già votato, ponendo comunque vada le basi di un nuovo sviluppo, qui e in tutta Italia». Immancabile la critica all’ex presidente Reguzzoni, andato a Roma «non si sa bene se per incapacità di risolvere problemi come rifiuti, acqua e Malpensa, o per cosa. A Varese si può fare» conclude.

Veltroni è accolto da ovazioni in platea e da cori che da fuori si fanno sentire fin dentro il teatro. Subito annuncia, in un tifo da stadio, che uscirà a parlare anche a chi è rimasto all’esterno. Il suo intervento parte dalla "follia" del suo viaggio in pullman attraverso le 110 province d’Italia: «Siamo a quota 50» dice. Stanchezza? «Sto benissimo, folle così mi danno adrenalina e fiducia». Accoglienze trionfali ovunque racconta, anche nel Nord presunta terra nemica: così a Bergamo, Sondrio, Lecco – un salto anche a Lugano a salutare i frontalieri e gli amici ticinesi. Il bello è che le province, almeno laddove esisteranno le aree metropolitane, come a Milano, andranno abolite, dice Veltroni.

«Viene il momento di prendersi la responsabilità di aprire una stagione nuova, anche a costo di rinunciare a un 7-8% di voti. Ero sicuro che fosse un investimento, ma non ne prevedevo la rapidità e la portata» ammette il Walter nazionale. Ed è ora di cambiare: «Per quindici anni ci siamo combattuti come nemici, urlando: resta un Paese dilaniato e in crisi, chiuso, conservatore, bloccato» è l’analisi impietosa. Ce n’è anche per la stagione appena conclusa con il naufragio annunciato del governo Prodi. «Una coalizione troppo eterogenea, con Dini e Mastella da una parte, Caruso e Diliberto dall’altra…» Stessa descrizione che Veltroni applica al PdL di oggi, citando opportunamente la Mussolini e (senza citarlo) Ciarrapico. In Europa, ricorda Veltroni, il confronto ha prodotto chiare maggioranze, governi di ampio respiro, di destra e sinistra, che hanno cambiato i rispettivi Paesi: dalla Thatcher a Blair, da Aznar a Schroeder e Zapatero. Da noi, solo urla, liti, dichiarazioni eclatanti, battute – «sulla tragedia dei precari non si scherza» dice rivolto a Berlusconi, mai nominato, ricordando l’operaio 39enne di Thyssen Krupp suicidatosi dopo il mancato rinnovo del contratto. Eppure, in questi ultimi quindici anni, uno più horribilis dell’altro, «abbiamo conquistato l’obiettivo Europa»: ed è il successo, rivendicato, del centrosinistra e di Prodi, a dispetto di chi tuonava contro l’euro. E se la Lady di Ferro aveva cambiato la Gran Bretagna, «dei cinque anni del centrodestra non c’è traccia: anni duri, di scarsa crescita, e con spesa pubblica in crescita, caso unico fra le destre». Quando all’ultimo governo Prodi, «ha operato bene ma in un quadro politico che non andava, con una maggioranza che segava il ramo su cui sedeva: mai più ministri in piazza contro il loro governo!»

«Tutto questo non ce lo possiamo permettere più» è il monito di Veltroni. È tempo di cambiare, qui come in America dove Bush lascia in eredità un Paese in crisi e con molti più nemici di prima. Walter vola alto, tocca i grandi temi della globalizzazione, che non è più mera espansione imperiale del dio dollaro, ma vede emergere le masse cinesi, indiane, brasiliane, egiziane. In questa temperie di fuoco l’Italia è strangolata dalla burocrazia e da una politica impossibile, in cui «si vota solo per tornare a votare, e con una legge elettorale definita "una porcata" da quelli stessi che l’hanno voluta». Il Paese reale è differente, butta lì Veltroni strizzando l’occhio all’Italia «che lavora e chiede di farlo liberamente», con adeguati, edificanti aneddoti tratti dai suoi pranzi con le famiglie di ogni angolo del Paese. «La gente è sveglia la mattina presto, si svegli anche la politica»: quella politica di cui Veltroni si dice «innamorato», «qualcosa di alto, di cui è bene che si occupi più gente possibile, perchè o te ne occupi, o i occupa lei di te». Una politica «che oggi nomina perfino i primari nelle Asl, che non deve occupare e approfittare, ma regolare». Una politica di cui Veltroni parla uscendo all’esterno, in un bagno di folla impressionante: una politica da guarire, cominciando con il taglio dei parlamentari e la riduzione a una delle Camere legislative, da liberare dalle lentezze «dentro cui si nascondono veti, corruzione, furbizie, conservatorisimi e la dittatura delle minoranze». Una politica «veloce», partecipata e del fare: potremmo chiamarla wikipolitica, anche se Walter non lo fa. Non una parola, viceversa, sull’"antipolitica", mai citato Grillo. Veltroni rifiuta lo scontro frontale e gli insulti: ora e sempre resilienza, incassare senza reagire, è quasi gandhiano: «per quanto ci aggredisca la destra, non risponderò». Ma non risparmia frecciate "localizzate": «C’è chi il lunedì minaccia la secessione il giorno dopo è a Roma al ristorante». Applausi.

Parla invece, Walter Veltroni, delle cose da fare. Per i giovani e il lavoro: sicurezza materiale e psicologica, il compenso minimo legale «misura di civiltà esistente in molti altri paesi» a 1000 o 1100 euro, disincentivi per chi non stabilizza i precari; e ancora porte aperte a chi imprende, «poter aprire un’impresa in un giorno, non come oggi che se un giovane apre un’azienda in banca per il mutuo gli chiedono di ipotecare la casa dei genitori»; infine la riduzione della pressione fiscale, «già dal 2009, un punto all’anno, sfruttando la lotta all’evasione e tagliando gli sprechi». "Ma anche" il federalismo fiscale: e scusate se è poco. Un contesto nuovo, che deve avere al centro diritti e doveri: rispetto della legge, garanzia della pena, sicurezza per i cittadini, equità, non uno Stato «prussiano con chi vuol fare, e che poi va avanti a condoni….»

Serve uno spirito nuovo: «Un gruppo parlamentare, un programma, una leadership: non sentirete mai più parlare di "vertici di maggioranza» tuona Veltroni. «La destra da quindici anni non vuole cambiare le cose, ma gestirle come sono. Per noi invece vincere non è un fine, ma un mezzo per cambiare il Paese. Facciamolo insieme, sulla cresta di quest’onda che cresce».

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Pubblicato il 15 Marzo 2008
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