Festa della Liberazione: da Busto un no al revisionismo e all’oblio
Il recupero della memoria storica al centro dei discorsi del sindaco Farioli e dell'on. Ivonne Trebbi
A 63 anni dalla Liberazione Busto Arsizio ricorda il 25 aprile. Una mattina soleggiata e mite ha accolto le celebrazioni della sorica ricorrenza, che nel Nord Italia segnò di fatto la fine della Seconda Guerra Mondiale, salvo tragici strascichi locali. Nessun riferimento diretto alla politica attuale nei discorsi odierni, salvo qualche frecciatina (quasi d’obbligo) alla Lega sull’unità nazionale e l’avvertimento implicito che chi cercherà di snaturare la Costituzione avrà vita dura.
Dopo la cerimonia religosa al tempio civico, il corteo con le autorità amministrative e militari ha raggiunto piazza Vittorio Emanuele II per quella che potrebbe essere l’ultima deposizione di corone in questo luogo; il monumento è infatti destinato ad essere spostato in piazza Trento e Trieste per fare spazio allo scavo di un autosilo.
A seguire la classica cerimonia pubblica al Museo del Tessile, con intervento del sindaco Gigi Farioli, discorso ufficiale dell’onorevole Ivonne Trebbi e i commoventi canti alpini del Coro Monterosa. Il tuto in una cornice di publico non numerosa, ma con vari volti giovani. Farioli ha rilanciato la lotta ai grandi nemici che intravede nel nostro tempo: nichilismo, relativismo, e soprattutto l’oblio, la mancanza di memoria storica. Netta la sua presa di posizione a favore di chi «si battè per la libertà e la dignità dell’uomo, per consegnarci un futuro di democrazia». È necessario, sottolineava, fare cultura tra i più giovani, nelle scuole: in questo senso "Ricordare, voce del verbo sperare", titolo della recente tesi di laurea della giovane bustocca Mariachiara Paganini citata più volte dal sindaco, è una chiave di lettura fondamentale.
Ivonne Trebbi, già giovanissima partigiana, ha ripercorso i perchè di un 25 aprile. Come si arrivò alla lotta armata per la liberazione del Paese («di tutto il Paese, da Nord a Sud, quello del tricolore» ricorderà polemica) e come si giunse ad un 25 aprile di liberazione per tutti, intesa come fine della guerra e delle sofferenze connesse – «si ricominciò a vivere dopo anni segnati dalla morte» -, non solo di vittoria di una parte. Tesi su cui gli storici hanno avuto però molto da dire, e Trebbi condanna senza appello certo «revisionismo» tanto modaiolo quanto galoppante, mirato a rendere grigi tutti i gatti nella notte della memoria, «a distorcere la storia, a svuotarla di qualsivoglia ideale per non lasciare ai giovani altro che il consumismo». Di conseguenza anche il no a qualsiasi ipotesi di abolizione della festività del 25 aprile: «Chi ne parla offende migliaia di morti, dimentica l’afflato di unità nella riconquistata democrazia e indipendenza».
Durissima la condanna della politica guerrafondaia del fascismo – «cinque guerre in vent’anni, dopo i 650.000 morti italiani del primo conflitto mondiale, i giovani sempre in divisa e pronti a partire» – e della scelta sciagurata di allearsi con il nazismo contro le potenze occidentali. Caduti a dozzine di migliaia su campi di battaglia assurdi, nel deserto africano, in fondo all’Atlantico o nel gelo siberiano delle steppe russe, «delitti e soperchierie» in giro per l’Europa e il Mediterraneo, sconfitte devastanti, il Paese in ginocchio invaso dagli ex "alleati" nazisti. Da qui la Resistenza, ricorda Trebbi: movimento che coinvolse all’inizio i militari cui i tedeschi davano la caccia per deportarli, e ben presto il popolo dei lavoratori, dei giovani, e tante donne. Anche a Busto, con l’irriducibile lotta dei partigiani , gli scioperi operai, pagine che rendono Trebbi «orgogliosa» della Busto che fu.
Figlia della Resistenza fu la Costituzione, «nata da politici con idee diverse ma che trovarono valori condivisi, e diedero finalmente anche a noi donne il riconoscimento dei nostri diritti che il fascismo negava, limitandoci a fattrici e domestiche». Pertanto la Liberazione, con il grazie sentito di Trebbi ai partigiani, alle partigiane, ai soldati alleati caduti a migliaia risalendo la penisola, è stato fatto epocale: «da allora sono stati 63 anni di pace per l’Italia».
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