Giancarlo Zanetti: «Le cose trasformano l’amore in crudeltà»
L'interprete della Guerra dei Roses, in scena all'Apollonio fino a giovedì, ci racconta la sua passione per il sentimento più bello
La sua è un’indagine sull’amore disincantata, che prova a cercare i problemi di questa risorsa spirituale con un occhio sempre ironico e attento, attraverso grandi testi teatrali. Così sul palcoscenico, Giancarlo Zanetti, non interpreta storie incantate e fiabesche, ma crudeli narrazioni del cuore che guardano alle malattie delle relazioni. Non a caso a Varese porterà un cult del genere: "La Guerra dei Roses". Lui interpreterà Jonathan mentre la parte della protagonista, come sempre, sarà affidata a Laura Lattuada. Ecco come Zanetti ci ha raccontato questo spettacolo, in passaggio a Varese dall’1 al 3 aprile.
Dopo aver interpretato "Paura d’amare" non ci si stanca mai di parlare di amori tormentati vero?
«Direi che abbiamo realizzato una vera e propria trilogia sull’amore, da "Paura d’amare" a "L’anatra all’arancia", che racconta proprio la fase di tradimento. "La guerra dei Roses" invece parla della devastazione completa della coppia».
Ma quanto può essere crudele l’amore?
«L’amore in sé non è crudele, ma è la materia a renderlo così. Gli oggetti, le cose, la casa: sono questi fattori a distruggere l’amore».
Ma questo non è solo un problema dell’amore tra un uomo e una donna…
«Esatto, si tratta di un problema insito nella nostra società: solo chi ha la ragione può provare a trovare un accordo sincero, oltre il valore delle cose».
Questa Guerra dei Roses non è un semplice adattamento del film di De Vito, cosa c’è di più?
«Di sicuro è molto simile alla pellicola, ma è un testo completamente differente. Avevo chiesto a Warren Adler (che è autore del romanzo a cui è ispirato il film ndr) di poter adattare il testo al teatro, ma non ha voluto. Invece ha preferito riscrivere completamente la sceneggiatura per il palcoscenico, creando qualcosa di nuovo ed efficace secondo le logiche teatrali».
La sceneggiatura quindi è più serrata?
«Proprio così, grazie anche alla regia esemplare di Ugo Chiti. Credo che sia davvero molto bella, cinematografica e veloce. La narrazione parte da un flashback, e la cosa che fa pensare è che anche da morti, i protagonisti, non sono pentiti».
Cosa ami di Jonathan?
«Il mio è un personaggio vero, vivido. Si tratta di un uomo succube di questa situazione, che non riesce a capire che è molto più importante stare ad ascoltare le esigenze della propria donna, e non lavorare per portare il danaro in casa».
Insomma, un insegnamento attuale…
«Decisamente!».
Per raccogliere quello che i Roses hanno da insegnarci, quindi, l’appuntamento è all’Apollonio.
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