La memoria delle forme: le opere in mostra

M.me Duplok, Azelio Corni, Francesco Marelli, Antonio Maria Pecchini, Domenico Pievani e Federico Simonelli al Chiostro

Mme Duplok, Radiazione fossile, 2008 (piano terra e primo piano colonnato esterno)

L’intervento dei Duplok, collettivo artistico deputato all’intervento in spazi pubblici secondo una filosofia che li vede  tesi sempre alla semplicità e alla non ridondanza delle forme, si innesta quasi impercettibilmente nel quadriportico del chiostro. Apparentemente inesistente. E’ infatti un intervento superminimal sull’apparenza e al superficie delle cose che insistendo sugli assi verticali  (le colonne) li smaterializza con esiti quasi barocchi quanto la memoria la quale, nell’illusione del vedere in trasparenza l’esistere ne realizza la continua distorsione. La luce trascorre sull’ondolux creando un effetto di destabilizzazione, decentramento, un effetto ottico che alleggerisce la struttura e la rende inedita e innaturale.

Inoltre l’intervento minimale dei Duplok sottende, senza sforzo apparente e senza percorsi invasivi, alla sottolineatura attraverso un gesto artistico che evidenzia la struttura portante dell’edificio e dunque la sua storia fino al restauro odierno.

 

Francesco Marelli: Per volare, 2008 / Salamandra,  2007, Piroga, legno, 2008 (primo piano ai lati della scala)

A prima vista la domanda che corre guardando le sculture di Marelli riguarda il loro possibile utilizzo: modelli di congegni più grandi? Studi progettuali? Frammenti di opere  che devono ancora essere composte?. Niente di tutto ciò. Le sculture di Marelli, sempre ottenute assemblando materiali e pezzi diversi fra loro con una logica artigianale attenta alle proprietà di ogni materia usata, sono macchine evocative, impregnate di memoria, suggestioni, sogni, progetti realizzati e non. Quasi frammenti approdati su una spiaggia. Legni corrosi, piroghe pronte a partire o appena arenate, semplici nelle forme, riconoscibili e per questo ancora più comunicative. La memoria corre veloce verso le macchine di Leonardo, non solo studi progettuali ma veri e propri sogni per un avvenire diverso. Sogni per volare, appunto, titolo dato al congegno che apre le sue ali bianche e che appare davvero  pronto a portarci via.

 

Azelio Corni, Diagrammi, 2008 (primo piano portico esterno)

Gli stendardi pittorici di Corni si inseriscono ad un tempo con decisione e delicatezza nel suggestivo spazio del portico esterno. Leggeri nella loro immaterialità trasparente ma decisi nel segno nero e forte che fa emergere forme pittoriche solo parzialmente riconoscibili: strutture architettoniche appiattite, forme geometriche non rigorose, intrecci di segni regolari capaci di creare una rete di relazioni e di rimandi. Sono opere che hanno la forza della scultura e della tridimensionalità nella dimensione bidimensionale e che disposte in fila diventano quasi una l’eco dell’altra, voci che si rincorrono fino all’ultimo grande stendardo, diverso nella materia ed anche nella forma. Tela nera che attraverso la struttura tagliata con regolarità entra nello spazio, lo accoglie e lo fa proprio. Sono diagrammi appunto, quasi mappe della memoria, indecifrabili ad un occhio che chiede il racconto ma voce poetica per chi sa ascoltare.

 

Domenico Pievani, Geometrie del sonno – cinque fiumi dorati, 2003; Geometrie del sonno – specchio d’acqua (prima sala)

Domenico Pievani espone  due opere indipendenti e tuttavia strettamente connesse tra loro, non solo perché appartenenti al ciclo chiamato “Geometrie del sonno” ma anche perché  entrambe sono  progettate e realizzate con la stessa poetica della costruzione e disseminazione di forme e di oggetti semplici e banali che denunciano la loro origine: letti di ferro, lampadine, fogli di plastica, candele accese, piccole pozze d’acqua. Ciascuno di questi elementi è parte di un “racconto” più ampio,  in cui la narrazione non è consequenziale ma sincopata e sovrapposta. Il letto offre una dimensione al tempo stesso intima e sacrale, una dimensione elevata e tutta sua capace di accogliere piccoli segni, gesti, oggetti che costruiscono la dimensione del tempo e del respiro trattenuto. Da un lato cinque piccoli fiumi dorati la cui luce è interna ma anche esterna, naturale e artificiale, quasi icona sacrale della nostra quotidianità. Dall’altro due vasche geometriche accolgono il tempo reale che consuma le candele e che fa evaporare l’acqua. Fino a che tutto si spegne o si consuma. Fino a che qualcuno, partecipe dell’opera, non abbia la voglia di riaccendere il ciclo.

 

Federico Simonelli, FUR IMMER UND EWIG, 2008 (seconda sala)

Rigore e semplicità guidano, come sempre, le opere di Simonelli, capaci di muoversi in punta di piedi tra la storia più alta e aulica e la quotidianità più semplice e afferrabile, nella consapevolezza che gli uomini, tutti gli uomini, anelano ad una qualsiasi forma di eternità e nella certezza che nessuno può veramente raggiungerla. “L’arte ha senso solo se è leopardianamente morale, cioè se riflette sull’essere al mondo. Il resto è decorazione” : sono parole di Simonelli che trovano un preciso riscontro nell’opera qui esposta. Un’unica installazione antica e contemporanea ad un tempo, un dialogo privato che il pubblico può solo stare ad ascoltare. Un grido di eternità quello che con perentoria sicurezza denuncia il busto classico nella forma e nella postura “per l’eternità”, parole pronunciate da Goethe a spiegare il perché del suo essere poeta e la risposta del ritratto fotografico, lo stesso del busto ma ben più attuale, quotidiano, accessibile, “non ho avuto il tempo”. Perché il tempo trascorre, sempre, lasciando una memoria debole, appannata, impercettibile, e via via più sbiadita.

 

Antonio Maria Pecchini, Portopalo, 2006 (terza sala)

Chiude la mostra un’opera fra le più tragiche realizzate da Antonio Pecchini, la messa in scena, con rigore e consapevolezza dei propri strumenti, del dolore degli uomini, nella vita ed anche nella morte. Non è un racconto ma un canto corale, una voce impercettibile ma terribile che proviene dall’insieme dei volti sommersi dall’acqua, volti senza nome, senza storia messi lì a testimoniare un unico terribile istante della loro e della nostra vita: il naufragio di Portopalo, a sud della Sicilia, che dal 1996 insegue tutti noi come una velo nero non dissipabile. Le barche sono immobili, gli occhi sono chiusi, la luce rasenta la grande installazione  rendendola ancora più inquietante e terribile. Potente nella sua tragica evidenza. Non servono altre parole. Serve solo ascoltare.

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Pubblicato il 24 Aprile 2008
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