Pietro Ichino: un nuovo approccio alle problematiche del lavoro

Il giuslavorista, invitato a Busto Arsizio dai Giovani democratici per presentare il suo pensiero e i programmi del PD in materia di lavoro, mette al primo posto l'occupazione femminile

Busto Arsizio accoglie Pietro Ichino al Museo del Tessile con un pubblico numeroso e attento. La svolta del Partito Democratico è anche nelle parole di questo studioso delle problematiche dell’occupazione. Ex sindacalista, Ichino è candidato dal PD al Senato ed è diventato bersaglio numero uno di quel che resta delle Brigate Rosse (deve muoversi sotto scorta) per le sue analisi e proposte rivolte ad uno scenario in cui le tradizionali contrapposizioni di classe, sostiene, non si danno più, sostituite da una serie di interessi comuni fra lavoratori e imprenditori, categorie oggi molto più vicine che in passato. Tesi che fa ovviamente rabbrividire i marxisti classici, ma che Ichino non teme certo di argomentare. Ad invitare a Busto il professore, docente di Diritto del Lavoro all’Università Statale di Milano, sono stati i Giovani Democratici bustocchi: e sul palco ad introdurlo erano tre di loro, Andrea Mollica, Alice Colombo e Jacopo Bolis, "under 30" candidati i primi due nella lista per la Camera del collegio Lombardia 2, il terzo nel collegio 4 delle elezioni provinciali. Con loro anche il candidato presidente della Provincia Mario Aspesi.

«Vi porto un’esperienza di frustrazione» esordisce Ichino. È quella di chi confrontandosi con i colleghi di tutta Europa si trova imbarazzato nel presentare i dati sull’occupazione. «Si va dal 65-70% della popolazione che lavora in Svezia al nostro dato di meno della metà» spiega. «Mancano all’appello molti giovani che iniziano a lavorare in media due anni più tardi dei coetanei europei, i lavoratori maturi, sui cinquant’anni, che da noi si giudicano ferrivecchi invece che patrimoni d’esperienza, e soprattutto le donne». Il tasso d’occupazione femminile è inaccettabilmente basso e causa l’80% del deficit d’impiego rispetto agli obiettivi stabiliti per il 2010 dal Trattato di Lisbona». È solo una, sia pure di dimensioni grottesche, delle molte storture del sistema italiano. Tra queste la scarsa valorizzazione del lavoro («pagato la metà che in Svizzera o in Germania»), l’incapacità di attirare investimenti esteri, l’applicazione delle principali tutele della legislazione sul lavoro solo a poco più di metà dei lavoratori italiani – i dipendenti pubblici e quelli delle aziende sopra i 15 dipendenti («sotto questo limite sta il nerbo dell’economia italiana»). E poi il precariato dilagante, con due milioni di "vite a termine" senza diritti nè futuro.

Ichino è noto per la polemica sui "fannulloni" nel settore pubblico: «L’Ocse lo giudica, in particolare giustizia e scuola, con l’esclusione delle elementari e di qualche "isola felice", più arretrati di certi Paesi dell’Est ex comunista o di nazioni emergenti dell’Asia». Per dare risposta alle problematiche elencate Ichino ha curato, su incarico di Walter Veltroni, la redazione del Manifesto del Lavoro, strumento chiave per pianificare una nuova era nella gestione delle realtà produttive. «Se il PD candida Calearo e Colaninno accanto ai sindacalisti è perchè è interesse comune di imprenditori e dipendenti che lo Stato e il mercato del lavoro funzionino a dovere. Il sindacato non ha saputo fin qui essere autonomo dalla politica e reggersi sulle sue gambe». Dunque serve «autonomia reciproca tra politica e sindacati».

Le idee di Ichino includono una riforma dei contratti di lavoro che superi il dualismo del mercato del lavoro (sopra e sotto i 15 dipendenti), che, fatti salvi quelli stagionali o occasionali, abolisca il precariato e i contratti a progetto per garantire assunzioni a tempo indeterminato dopo sei mesi di prova. Ichino non vuole abolire l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma usarlo per proteggere i dipendenti solo da licenziamenti disciplinari o discriminatori. Quelli per ragioni economiche avrebbero una "rete di protezione" con indennizzo graduati secondo l’anzianità di servizio e una forte assicurazione contro la disoccupazione. A finanziarla sarebbe non il lavoratore ma l’impresa, secondo il criterio bonus/malus: chi più licenzia, più paga. Strumenti di flexecurity li chiama Ichino: dovrebbero garantire l’agognata quadratura del cerchio tra flessibilità economica e sicurezza sociale.

Il PD propone obiettivi ambiziosi, che Ichino elenca: fra questi aumentare di dieci punti l’occupazione entro la legislatura (impresa titanica), puntando soprattutto con le donne. Per scatenare un "effetto a catena" si prospetta la triplicazione degli asili nido, sgravando le donne dalla cura dei figli (affidata… a "colleghe" aloro volta isnerite nel mondo del lavoro), e benefici anche nella lotta alla povertà infantile – «che al Sud è del 21,6%, roba da Terzo Mondo». Idem la leva fiscale, con sgravi mirati a favore delle donne, più un "bonus bebè" da 2500 euro. Il tutto facendo tutto il possibile per aumentare le retribuzioni e riportarle a livelli dignitosi, e lavorando a fondo su scuola e formazione professionale. Quanto all’occupazione nel settore pubblico, il programma del PD mira a ridarle prestigio attraverso la totale trasparenza, la partecipazione dei cittadini alla verifica dei risultati, incentivi al merito, analisi della prestazioni e il riallineamento degli uffici che non rendono nella media. Tutte cose di per sè non rivoluzionarie, che in Europa sono state in gran parte attuate da tempo, nelle socialdemocrazie più avanzate che Ichino cita ad esempio. La strada per Stoccolma è molto, molto lunga.

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Pubblicato il 01 Aprile 2008
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