Carnera, il coraggio di non arrendersi
Nella sale il nuovo film di Renzo Martinelli sul primo e unico campione del mondo italiano dei pesi massimi
Lo scorso weekend ha esordito, anche in Italia, “Carnera-The walking mountain”, diretto da Renzo Martinelli, un film che fa rivivere la parabola agonistica e umana del primo e unico campione del mondo italiano dei pesi massimi. Primo (Sequals, 25 ottobre 1906 – Sequals, 29 ottobre 1967) esordì come professionista il 12 settembre 1928 a Parigi, conquistò il titolo mondiale il 29 giugno 1933 a New York battendo Jack Sharkey e fu a sua volta sconfitto da Max Baer il 14 giugno 1934, una sconfitta che mise fine alla parabola di vertice della “montagna che cammina”.
“Carnera – The walking mountain” è un perfetto mix che esalta sia le doti di pugile sia l’aspetto umano del grande campione friulano. Un merito del film è quello di essere ben strutturato sulla carriera di Primo, senza mettere un inutile e triste accento sulla morte di Carnera.
Un altro pregio è l’inizio, dedicato al trionfo su Sharkey; viene così subito messa in risalto la figura vincente di Carnera, dando un’impronta positiva a tutta la pellicola.
Il film di Martinelli ha inoltre il pregio di essere realistico sia nelle scene di boxe (diversamente dalla saga di Rocky, palesemente irrealistico in questo dettaglio, e più simile a “Cindarella man”, con Max Baer a fare da “punto di contatto” tra i due film), sia nel dare un’idea di com’era il mondo della boxe “dietro le quinte” con la mafia a truccare alcuni incontri di Carnera. Il ritratto che esce del campione di Sequals dal film è non soltanto quello del boxeur ma anche, e forse prevalentemente, quello di uomo.
L’ingenuità e la bontà di Primo vengono messe in luce nella rabbia del protagonista quando scopre sia l’inganno del suo primo manager Leon See (“Non è il tipo di boxe che voglio fare!” tuona Carnera), sia nel secondo affronto, ancora più doloroso, subito dal secondo manager Lou Soresi, quando scopre che, come il suo predecessore, ha sperperato i suoi guadagni. Il cuore tenero e sensibile di Carnera è ben raffigurato dalla scena della morte di Ernie Schaaf (incontrato subito prima di Sharkey), in cui il pugile italiano rimane scosso da quanto suo malgrado provocato e si pente. A conferma dell’avvenuto pentimento un’altra scena eloquente (dopo la vittoria del titolo) quando Primo, in una battuta di caccia, punta il fucile contro uno stambecco,ma, rivedendo mentalmente in esso Schaaf, risparmia l’animale dalla morte.
Ma la dote più importante di Carnera è il coraggio e la voglia di non arrendersi che emerge contro Max Baer, quando, seppur fortemente limitato da un infortunio alla caviglia occorsogli durante l’incontro, si rialza orgogliosamente ogni volta che viene messo al tappeto e riesce a terminare in piedi il match, sospeso dall’arbitro. Ed è proprio così che riesce a trasformare una sconfitta sul ring in una vittoria morale, certificata dal sincero applauso del pubblico, che scandisce a gran voce il suo nome.
Primo Carnera, oltre a un grande pugile, ha rappresentato anche il simbolo dell’Italia povera che riesce nonostante tutto a emergere, ed è proprio per le sue umili origini che diventa il paladino della gente comune, del popolo, che in ogni occasione lo sommerge di affetto. E questo è l’aspetto principale esaltato dal film di Martinelli, un film che vale la pena di vedere.
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