Gli operai non mollano e occupano la cartiera
I lavoratori della Munksjo sono decisi a presidiare la fabbrica anche di notte per evitare che vengano smantellati macchinari e magazzino
Staranno chiusi dentro l’azienda senza far entrare i camion della
proprietà fino a quando non si sbloccherà qualcosa. Gli operai della Munksjo, meglio nota come cartiera di Besozzo, vivono momenti di apprensione mista a rabbia e nostalgia per un lavoro che si vedono sfuggire di mano senza poter far nulla. I macchinari si sono fermati e i cancelli chiusi dopo il fallimento dell’incontro all’Unione Industriali che ha portato alla decisione di chiudere l’azienda e lasciare a casa i 180 dipendenti, oltre la metà dei quali sono già in cassa integrazione da qualche settimana. Dentro regna il silenzio, il megafono grida di non toccare nulla e di lasciare integri i macchinari: sono un valore, l’unico appiglio che i lavoratori hanno per convincere la proprietà a concedere almeno la cassa integrazione per tutti e la buona uscita, “contentino” che per altro hanno già avuto i colleghi di Vaprio D’Adda, ditta della Munksjo con 80 dipendenti chiusa lo scorso anno.
All’interno, tra linee di produzione e magazzini ci sono macchinari di altissimo valore, oltre a prodotti pronti per essere venduti e altri ancora da lavorare. Ci accompagna in giro per l’enorme cartiera un dipendente che , ironia della sorte, fa Carta di cognome, da otto anni impiegato a Besozzo: la nostalgia trapela dalle sue parole e
dallo sguardo triste col quale guarda i macchinari fermi, senza parlare di quando indica la targa del 1616 che attesta l’antichità dell’azienda besozzese. Spiega che ogni rotolo di carta stipata nei magazzini costa fino a 7 euro al chilo: i rotoli sono ovunque, ce ne sono migliaia e pesano fino a 880 chili l’uno. Il calcolo è presto fatto e se a questo si sommano rame, acciaio, macchinari e altri prodotti utili alla creazione della carta si arriva a cifre importanti. I lavoratori sono decisi ad impedire che la proprietà dell’azienda chiami i camion per portare via tutto «come hanno fatto a Vaprio, bullone per bullone, guadagnandoci milioni di euro», dicono.
In tanti sono smarriti. Chi ha famiglia e non sa come farà, chi deve pagare le rate del muuto e con lo stipendio dimezzato teme di
non farcela, chi a cinquant’anni si dice certo di non poter trovare un altro posto di lavoro. Ricollocarsi è difficile, l’offerta è pochissima, molte delle professionalità andranno perse: «Hanno fatto scelte sbagliate – spiegano gli operai -, investimenti sconsiderati invece di puntare sul risparmio energetico. Non siamo concorrenziali, noi come buona parte delle industrie del nostro comparto in tutta Italia. Quello che qui costa dieci, in Germania costa uno, ovvio che le imprese scappano. Ora lasciano acasa noi, poi ci saranno i nosri colleghi dell’indotto». In tanti accusano l’azienda di non aver mai voluto parlare con i dipendenti, tenendo un atteggiamento di chiusura fino all’ultima comunicazione di apertura delle procedure di licenziamento, spedita via mail un’ora prima del confronto nella sede dell’Univa. «
Così i lavoratori hanno cominciato ad attrezzarsi sotto l’occhio vigile di carabinieri e digos: chi avrebbe dovuto lavorare nel turno di notte starà dentro i cancelli fino alle cinque, domani si daranno un’organizzazione più chiara. Con l’impegno a non aprire i cancelli e manifestare fino alla fine.
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