Latte cinese, scatta la fobia

Intervista a Daniele Cologna, professore dell'Insubria e tra i maggiori esperti di immigrazione cinese in Italia

«In un ristorante cinese non ci sono mai andata, non ci andrò e non lo consiglierei a mio figlio». La botta è ancora calda è vero. La notizia del latte cinese contaminato ha tutte le ragioni per far preoccupare. Ma frasi come questa – pronunciata questa mattina a Radio 24 dal sottosegretario alla Salute Francesca Martini – suonano più come un invito al boicottaggio che come un commento al singolo caso. 
«Quando è scoppiato il caso della mozzarella di bufala alla diossina nessuno ha invitato a evitare la pizza, eppure si trattava di un allarme altrettanto preoccupante. Invece questa volta le reazioni sono arrivate da buona parte della stampa e dalla politica e sono state drastiche. Occorre un po’ di responsabilità nell’affrontare argomenti di questo tipo».
A parlare è Daniele Cologna, professore di lingua cinese all’Università dell’Insubria ma anche sociologo nonchè uno dei maggiorni esperti di immigrazione cinese in Italia.  
Cologna, la notizia del sequestro del latte cinese contaminato è molto grave, probabilmente i prodotti a rischio sono diversi. Qual è il modo giusto per informare il consumatore di fronte a questi episodi?
«Innanzi tutto occorre distinguere tra allarme e allarmismo. Siamo di fronte ad un grosso caso di adulterazione alimentare, non ci sono dubbi su questo. È un problema reale che le stesse autorità cinesi stanno provvedendo a risolvere al più presto. Penso però che i media e le autorità politiche debbano però stare attenti a non creare allarmismo e fobie. In Italia invece avviene spesso senza preoccuparsi dei riflessi che questo modo di dare informazioni può generare».
In questo caso a rischio è un’intera categoria, quella dei ristoratori cinesi ma il "danno di immagine" può estendersi anche ad altri. Un po’ come fece l’allarme sulla Sars.
«Sì, anche se occorre precisare che questo è un allarme reale a differenza di quello della Sars. Dico che alcune affermazioni sono irresponsabili, soprattutto quando arrivano dai vertici della politica, perchè prendono di mira un’intera categoria di attività produttive basata su un’etnia e questo è scorretto e deriva dalla mancanza di conoscenza. Basta poco per sapere che la maggior parte dei ristoranti cinesi presenti a Milano usa per le loro ricette prodotti italiani. L’unico prodotto importato sono i gamberetti, ma anche molti ristoranti italiani li importano allo stesso modo. Quando fu data notizia della Sars centinaia di ristoranti cinesi furono costretti a chiudere. Questo ebbe conseguenze molto gravi per diverse famiglie poichè le imprese cinesi hanno quasi sempre carattere famigliare. Tutto a causa di una notizia gonfiate. Quanti sono stati i casi di contagio nel 2002? Zero». 
Tuttavia  il consumatore non sempre ha gli strumenti per verificare i rischi in cui corre.
«È vero e le autorità competenti hanno il diritto e dovere di controllare tutto il sistema degli alimenti. Ma anche gli immigrati cinesi in Italia hanno il diritto di lavorare come tutti gli altri ovvio, rispettando le regole. Questo non piace a una parte della politica italiana che tende invece a trattare gli immigrati come oggetti e non come soggetti. In altri paesi europei questo non accade, le minoranze hanno più influenza. Eppure anche in Italia la presenza straniera sta diventando importante: lo si può vedere guardando la popolazione attiva o più semplicemente i bambini in età scolare. Il modo in cui trattiamo oggi queste nuove generazioni determinerà il tipo di società che avremo tra vent’anni». 
Si dice che la comunità cinese non sia propensa ad integrarsi spesso viene descritta chiusa e riservata. È così?
«C’è un limite forte è che è quello della lingua. Per un cinese imparare l’italiano non è automatico, serve tempo. Questo fattore influisce molto sulle relazioni con chi non è cinese. Però le cose stanno cambiando. Le seconde generazioni, i figli degli immigrati cinesi che oggi sono italiani a tutti gli effetti, stanno iniziando a partecipare a far sentire la loro voce. C’è un gruppo in particolare, i fondatori di Associna che rappresenta un ponte per lo scambio culturale tra Cina e Italia, che è proprio la prova di questo. Sono tutti ragazzi nati e cresciuti in Italia che hanno voglia di partecipare alla vita di questo Paese, di farsi conoscere e superare i pregiudizi. Danno speranza. Questa è la strada giusta per l’integrazione».

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Pubblicato il 26 Settembre 2008
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