“Noi insegnanti siamo una risorsa, non solo un costo”
Enzo Rosario Laforgia, professore all'Isis di Varese, con una lettera si dimette dagli incarichi per protestare contro la riforma della scuola
Enzo Rosario Laforgia (foto a lato), docente all’Isis di Varese, e responsabile dell’Istituto storico varesino "Luigi Ambrosoli", autore di numerose pubblicazioni, con questa lettera al dirigente scolastico si dimette dalla funzione strumentale al piano dell’offerta formativa – area formazione docenti e da referente del Progetto «Giorno della memoria 2009».
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Pregiatissimo Dirigente scolastico,
dopo aver lungamente riflettuto su quanto sta avvenendo nella scuola italiana, di fronte all’ottusa arroganza di una classe politica che fa precipitare sul nostro sistema educativo scelte che avrebbero meritato almeno il pallido tentativo di un confronto con chi in questo sistema quotidianamente lavora, di fronte ad un progetto politico e culturale che contrasta con le mie convinzioni profonde di cittadino e di educatore, di fronte ad una campagna mediatica che da sei mesi a questa parte rappresenta chi opera nelle nostre scuole come un insopportabile costo sociale e per di più incapace e fannullone, mi vedo costretto a rassegnare le dimissioni dagli incarichi che Lei e il Collegio dei Docenti avete avuto la bontà di assegnarmi.
Ho passato quasi la metà della mia vita ad insegnare (faccio questo lavoro da oltre vent’anni) e non ho mai provato prima il senso di frustrazione profonda e di profonda umiliazione che sto provando in questi giorni. Ho sempre avuto un’altissima considerazione della mia professione e ho sempre ritenuto di assolvere attraverso il suo esercizio una funzione sociale di enorme responsabilità. In questi vent’anni non ho mai smesso di studiare, cercando di trovare continuamente forme e modalità adeguate allo straordinario compito che avevo scelto come personale progetto esistenziale. Consapevole di avere di fronte a me non materiali inerti da trattare freddamente, ma splendidi fiori da accudire con cura, ho sempre preteso da me stesso il massimo del rigore e della serietà. E tutto ciò spesso in condizioni di estrema provvisorietà: nell’assenza quasi totale di risorse e di mezzi, in ambienti a volte degradati, nella penuria costante anche dei “mezzi di prima necessità” didattica. E ancora più spesso facendomi carico, individualmente e come comunità educante, dei fallimenti o del declino del nostro Paese, delle sue istituzioni pubbliche e sociali. Non posso sapere se l’impegno e l’applicazione con cui ho affrontato il mio lavoro siano stati premiati da buoni risultati. Forse no. Se mi guardo intorno, non sono sicuro di aver contribuito a realizzare un mondo migliore e più giusto.
Lo dico senza timore di scivolare nella più scolastica retorica, ma al di là di ogni teoria didattica e di ogni scuola pedagogica, il modello che ho inseguito nella mia professione è stato quello scoperto proprio tra i banchi di scuola, tra le pagine del nostro classico per eccellenza, lì dove Stazio riconosce l’altissima funzione del maestro Virgilio, paragonandolo a «quei che va di notte, / che porta il lume dietro e sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte». Orbene, avverto la terribile sensazione che quel lume me lo stiano spegnendo, che si affievolisca a poco a poco, nella più generale indifferenza, facendoci precipitare tutti nel buio.
Ecco, io non riesco a concepire la mia condizione come esclusivamente individuale, non riesco a pensarmi se non in una dimensione sociale e collettiva. E allora, di fronte a quanto accade nella scuola oggi, dopo che personalità politiche temporaneamente rivestite delle massime responsabilità istituzionali ci hanno spiegato come gli insegnanti del Sud (ed io sono tra questi) siano eternamente più lazzaroni dei loro colleghi del Nord, di come l’insegnante in generale e quello della scuola pubblica in particolare sia una sorta di frustrato, fannullone o incapace, come posso esprimere la mia pacata contrarietà? Come posso uscire dall’isolamento della mia condizione e far sentire la mia voce? Qui e adesso, nello spazio in cui quotidianamente opero? Come posso tentare di aprire gli spiragli di un dialogo, quando nessuno vuol sentire le mie ragioni?
Per questo ho deciso di abbandonare gli incarichi che ricopro nella scuola da Lei diretta e di farlo nella forma più pubblica. So che è poca cosa e di ben poco peso, ma è l’unica forma di civile dissenso che ho saputo immaginare. Nella speranza che coloro i quali avranno la pazienza di leggere queste righe, inizino a interrogarsi su quanto sta accadendo. Pensando ai loro colleghi, ai loro insegnanti, agli insegnanti dei loro figli. Che ci si interroghi, finalmente, se è proprio vero che noi insegnanti siamo oggi solo un costo o non possiamo invece essere anche una risorsa.
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