Scuola, anche nel 68 si usò la violenza per indurre violenza
I recenti fatti riguardanti la scuola in un corsivo del consigliere regionale Mario Agostinelli
L’esplosione del protagonismo studentesco di questi giorni rimescola tutto, come era avvenuto proprio tra il ’67 e il ’68. Sarebbe sciocco cercare similitudini o continuità a così grande distanza, ma è bene sapere che quel che accade oggi non sarebbe tale senza il segno degli avvenimenti di 40 anni fa’.
Allora non c’erano a fianco dei giovani i loro genitori; nemmeno i docenti solidarizzavano, se non ideologicamente. La rottura era dura, totale e avveniva spesso nelle stesse famiglie di provenienza. Oggi, invece, le strade e le piazze avvicinano allievi, maestri, professori, ricercatori, genitori; ne fanno il crogiolo di una concretezza di vita quotidiana che sente compromessa la speranza di futuro e cerca nel diritto allo studio e nella scuola pubblica una risposta comune e egualitaria alla crisi. E’ una ribellione in nome della giustizia sociale, che riemerge come valore, che accantona una competizione feroce che ha lacerato perfino la cultura e lo spirito nazionale, assai più profondi e radicati del separatismo leghista e dell’esaltazione acritica del privato da parte dell’impresa. Facciamo mente locale: tra le moltitudini dei manifestanti, tutto l’armamentario ideologico della Marcegaglia e quello di un movimento come la Lega, per quanto forte sul territorio e confortato dagli imbarazzati alleati nordisti del centrosinistra, sono completamente tagliati fuori.
Ma se è possibile una rabbia sdegnata quanto quella che si registra oggi e così orientata ad un discorso di difesa civile dell’istruzione, è proprio perché le conquiste del tanto vituperato ’68 hanno aperto la scuola e l’università anche al figlio dell’operaio e hanno impegnato per lustri generazioni di studenti, insegnanti, ricercatori e genitori a discutere pubblicamente delle finalità dell’investimento in studio e conoscenza. Senza quella stagione non ci sarebbe diritto allo studio da migliorare e nemmeno una democrazia partecipata che non arretra e che impedisce ad una ministra paracadutata dai favori del monarca di turno di accanirsi su conquiste che nemmeno conosce.
Anche all’inizio delle lotte del ’68 la stampa e la polizia cercarono di scoraggiare una partecipazione di massa e unitaria. Usarono la violenza per indurre violenza, come testimonia la terribile intervista di Cossiga rilasciata in vista della partenza di questo nuovo movimento. Ora siamo tutti più maturi per impugnare la mitezza, la forza della ragione, l’occupazione dello spazio pubblico come volontà di confronto che distingue tra conflitto e sopruso. Ricordo che nella fredda sera di piazza Fontana, Bruna – oggi mia moglie – ed io uscivamo dalla facoltà presidiata per inorridirci della strage fascista che aveva provocato una voragine davanti all’Arcivescovado e con disgusto ci imbattevamo sul luogo con attivisti di destra già in azione e subito rilanciati dal Corriere della Sera per incolpare gli studenti e gli anarchici in un sol mucchio. Anche allora dovemmo difendere la speranza di cambiamento dalla voglia di reprimerla e dalle minacce degli apparati di sicurezza, solleciti alla maniera dell’ineffabile Maroni a far rintanare la gente nelle case pur di sostenere a qualunque costo gli interessi rimessi in gioco. Alla fine però, venne più partecipazione e presero pacificamente corpo le riforme della scuola, delle pensioni, della salute: proprio le conquiste oggi screditate e messe sotto il tiro delle destre e del governo Berlusconi.
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