Quando il ciclismo perde la memoria
Il siparo della Fenice di Venezia che si è alzato sabato sul Giro d’Italia 2009 ha confermato tante belle indiscrezioni su tracciato e partecipanti ma soprattutto ha lasciato un vuoto vergognoso.
Il Giro “del Centenario”, quello che si disputerà a distanza di un secolo dalla prima edizione si è voluto dimenticare dell’uomo che nel 1909 mise il proprio nome in cima all’albo d’oro.
Si chiamava Luigi Ganna, veniva da Induno Olona e rimase celebre per quella frase, popolare ed epica al tempo stesso, bofonchiata al termine di quell’impresa a chi gli chiedeva cosa si provasse in un momento simile: «Me brüsa el cü».
Un bruciore che oggi, a studiare il percorso del 2009, si trasferisce allo stomaco. Perché non è possibile che nel Giro più mediatico, strapompato, originale e condizionato (vedi la cronometro vallonata di 61 chilometri disegnata per compiacere sua maestà Lance Armstrong e la sua corte) ci si dimentichi volutamente di chi diede il via a tutto.
In una competizione che prevede tappe di oltre 200 chilometri, passare per Induno Olona (senza neppure fermarsi) sarebbe dovuto essere un atto dovuto per chiunque abbia davvero a cuore le sorti e la storia di questa disciplina.
Tanto più che in un momento di basso appeal per il ciclismo guardare alle bellezze e alle storie del passato sarebbe un tuffo nella salute.
Tanto più che il territorio di Varese ha appena dimostrato tutto il suo amore, la sua passione, la sua capacità organizzativa per il mondo del pedale.
Ma ormai siamo abituati alle scelte di RcsSport. Si va dove c’è profitto e con chi porta soldi, quindi tutti alla presentazione della maglia rosa disegnata da Dolce&Gabbana (spiegateci la differenza con le precedenti) e addio a storia, fatica, sudore… sport.
Il ciclismo ha tanto da dimenticare: purtroppo si è partiti da una delle poche cose che andrebbe salvaguardata. La memoria.
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