Ahlstrom, i dipendenti chiedono aiuto alle istituzioni
Assemblea davanti ai cancelli dello stabilimento di via XXIV Maggio. In molti hanno portato la solidarietà ai venti lavoratori che rischiano il posto
I lavoratori dello stabilimento di Gallarate della multinazionale finlandese Ahlstrom proseguono la protesta. Dopo l’incontro svolto nella mattinata con il vicesindaco Paolo Caravati, i rappresentanti sindacali dell’AlCobas hanno organizzato un’assemblea davanti ai cancelli dello stabilimento di via XXIV Maggio. Legna nei cassoni e caffè in abbondanza per scaldarsi, bibite più o meno alcoliche per tenere su il morale dei venti lavoratori che la proprietà dell’industria,
specializzata nella realizzazione di tessuto non tessuto, ha deciso di lasciare a casa chiudendo la sede gallaratese. Alla Ahlstrom sono arrivati lavoratori di altre aziende in crisi della provincia, ma non solo: dalla Cf Italia di Gallarate (cassa integrazione a zero ore e ritardi nei pagamenti), dall’Iselfa di Solbiate Arno (su 92 dipendenti 38 sono in cassa integrazione e altri 15/20 “costretti” alle ferie), da Sea Handling, dalla Framag di Canegrate (150 persone in cassa integrazione e 92 esuberi), dalla confinante Orlandi Spa (cassa integrazione a rotazione), dalla cooperativa Ritz Service che lavora per Alha a Malpensa (90 lavoratori per la maggior parte stranieri in cassa integrazione senza stipendio da sei mesi), dall’Alfa di Arese, dalla cooperativa Settelaghi che gestisce la pulizia nelle scuole superiori di Varese (le lavoratrici lamentano ritardi nei pagamenti degli stipendi). Anche i lavoratori dell’Ahlstrom di Cressa (Novara) hanno deciso di iniziare un presidio. Le realtà in crisi in provincia sono tante, quello dell’Ahlstrom di Gallarate è solo uno spaccato di una situazione che secondo Antonio Ferrari di AlCobas rischia di esplodere: «Organizzeremo altre manifestazioni e iniziative – spiega -. La situazione non è più tollerabile. Facciamo appello a tutte le istituzioni, al presidente della Provincia Dario Galli in primis, perché sia convocato un tavolo». Tra i dipendenti di Gallarate c’è chi è impiegato in via XXIV Maggio da 18 anni, altri da trenta: una vita attraversata dal passaggio (per molti versi traumatico) dalla Orlandi alla Alhstrom. Ora tutti si trovano di fronte all’ipotesi di una chiusura completa, con poche speranze di ricollocazione visto il clima di crisi diffusa. La linea (pagata dai finlandesi 60 milioni euro pochi anni fa) intanto è ferma: i lavoratori calcolano che da spenta la macchina che produce il richiestissimo tessuto non tessuto utilizzato in
ambito medico e farmaceutico costa 1000 euro all’ora e per spostarla l’azienda dovrebbe spendere almeno 3 milioni di euro. Qualcuno per ammazzare il tempo gioca a carte, mentre per addolcire il clima la moglie di uno dei lavoratori che protestano ha cucinato una torta al cioccolato con la scritta “Uniti nella lotta”, mangiata dopo la spaghettata di mezzogiorno: «Siamo pronti a presidiare anche di notte se serve – spiega Massimo Sinatra della Rsu -. Non chiediamo la luna, vogliamo solo capire e lavorare. E non permetteremo che portino via la macchina lasciandoci senza speranze».
specializzata nella realizzazione di tessuto non tessuto, ha deciso di lasciare a casa chiudendo la sede gallaratese. Alla Ahlstrom sono arrivati lavoratori di altre aziende in crisi della provincia, ma non solo: dalla Cf Italia di Gallarate (cassa integrazione a zero ore e ritardi nei pagamenti), dall’Iselfa di Solbiate Arno (su 92 dipendenti 38 sono in cassa integrazione e altri 15/20 “costretti” alle ferie), da Sea Handling, dalla Framag di Canegrate (150 persone in cassa integrazione e 92 esuberi), dalla confinante Orlandi Spa (cassa integrazione a rotazione), dalla cooperativa Ritz Service che lavora per Alha a Malpensa (90 lavoratori per la maggior parte stranieri in cassa integrazione senza stipendio da sei mesi), dall’Alfa di Arese, dalla cooperativa Settelaghi che gestisce la pulizia nelle scuole superiori di Varese (le lavoratrici lamentano ritardi nei pagamenti degli stipendi). Anche i lavoratori dell’Ahlstrom di Cressa (Novara) hanno deciso di iniziare un presidio. Le realtà in crisi in provincia sono tante, quello dell’Ahlstrom di Gallarate è solo uno spaccato di una situazione che secondo Antonio Ferrari di AlCobas rischia di esplodere: «Organizzeremo altre manifestazioni e iniziative – spiega -. La situazione non è più tollerabile. Facciamo appello a tutte le istituzioni, al presidente della Provincia Dario Galli in primis, perché sia convocato un tavolo». Tra i dipendenti di Gallarate c’è chi è impiegato in via XXIV Maggio da 18 anni, altri da trenta: una vita attraversata dal passaggio (per molti versi traumatico) dalla Orlandi alla Alhstrom. Ora tutti si trovano di fronte all’ipotesi di una chiusura completa, con poche speranze di ricollocazione visto il clima di crisi diffusa. La linea (pagata dai finlandesi 60 milioni euro pochi anni fa) intanto è ferma: i lavoratori calcolano che da spenta la macchina che produce il richiestissimo tessuto non tessuto utilizzato in
ambito medico e farmaceutico costa 1000 euro all’ora e per spostarla l’azienda dovrebbe spendere almeno 3 milioni di euro. Qualcuno per ammazzare il tempo gioca a carte, mentre per addolcire il clima la moglie di uno dei lavoratori che protestano ha cucinato una torta al cioccolato con la scritta “Uniti nella lotta”, mangiata dopo la spaghettata di mezzogiorno: «Siamo pronti a presidiare anche di notte se serve – spiega Massimo Sinatra della Rsu -. Non chiediamo la luna, vogliamo solo capire e lavorare. E non permetteremo che portino via la macchina lasciandoci senza speranze». TAG ARTICOLO
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