Una commedia e il teatro aprono Locarno

Protagonisti della prima serata in piazza grande due polio opposti del cinema: un film “leggero” americano e una sperimentazione di Amos Gitai

Il primo giorno di Festival propone tradizionalmente solo uno o due film, quest’anno si è fatta parziale eccezione proponendo, in proiezione pomeridiana, il film “Vitus”, presentato proprio a Locarno nel 2006, seguito dall’esecuzione dal vivo della colonna sonora, ad opera dell’orchestra della svizzera Italiana.
In serata invece, in Piazza, due film che, forse non avrebbero potuto essere più diversi tra loro:
 
(500) Days of Summer, di Marc Webb, è una commedia sentimentale che mette in scena, i 500 giorni di innamoramento e abbandono di due giovani di Los Angeles, Tom ( Joseph Gordon-Levitt) e Summer (Zooey Deschanel), appunto.
Il gioco di parole implicito nel titolo tratteggia la durata della relazione fra i due, vista dal punto di vista di Tom, paragonandola ad una lunga estate, calda ma non priva di temporali più o meno improvvisi.
Il film è una classica commedia romantica che si snoda seguendo il filo della memoria del protagonista, proponendo le singole giornate in ordine casuale, mischiando momenti gioia e di delusione, liti ed episodi divertenti.
Se facilmente si potrà affermare che non si sia visto un film in grado di cambiare la storia del cinema, bisogna però riconoscere che la commedia presenta momenti orignali e spiritosi, con punte di ironia che fanno sfiorare alla pellicola riflessioni non banali.
Il racconto inoltre si snoda su flashback farciti di citazioni cinefile, non disdegna di spaccare in due l’inquadratura per mostrare implacabilmente la realtà vissuta a confronto con le aspettative (con affetti piuttosto divertenti), smitizza i miti della mascolinità mostrando, in una delle sequenze più riuscite, il protagonista che, dopo la prima notte d’amore con Summer (forse la prima in assoluto?) esce di casa per andare al lavoro tanto soddisfatto da ricevere complimenti e felicitazioni, si suppone immaginari, da ciascun passante che incontra, fino al punto di unirsi a decine di persone in una danza festosa, accompagnata da banda musicale e uccellini animati, stile biancaneve, che gli si posano in mano.
Il finale, naturalmente, coincide col giorno 500 e con l’incontro di una ragazza diversa, il proverbiale chiodo che scaccia chiodo che però, la futura storia d’amore, completamente diversa e che aprirà una nuova vita… il nome della ragazza però, Autumn, lascia intendere che storie di questo tipo non sono mia, realmente, uniche.
 
La guerre des fils de lumière contre les fils des Tènèbres, di Amos Gitai, secondo film della serata, ha cambiato completamente le atmosfere e i temi, portando sullo schermo, attraverso una rappresentazione teatrale, la “Guerra Giudaica” dello storico Giuseppe Flavio, vissuto nel primo secolo dopo Cristo.
La voce narrante di Jean Moreau, seduta su una pedana, dietro un semplice tavolo, recita le parole originali dello storico; a intervalli, prendendo la parola da dietro le sue spalle o da pulpiti e paranchi mobili, alcuni dei protagonisti della storia intervengono a recitare e drammatizzare il loro ruolo: prendono la parola madri che muoiono di fame durante l’assedio di Gerusalemme e fanatici religiosi che incitano al suicidio di massa, si esprimo i sommi sacerdoti e l’Imperatore Vespasiano, spesso sostituito a metà del discorso dal figlio ed erede Tito, il responsabile militare della distruzione della capitale del popolo ebraico.
Teatro quindi, più che cinema, ma l’abilità e la partecipazione emotiva di Gitai agli eventi, fanno entrare il grande schermo sul palco di Avignone, dove l’opera è stata filmata: la macchina da presa trasforma la semplice entrata ed uscita dei personaggi dal palco in movimenti palesi, assesstamenti di posizioni, tentativi di guadagnare visibilità e ruolo, lo sguardo del regista fotografa esattamente ciò che accade ma impone il suo occhio, ironico o disperato, allo spettatore, che lo segue in quello che, comunque, resta un film formato solo dall’alternarsi di monologhi.
Tutti i protagonisti si esprimono in francese, con due sole eccezioni: l’Imperatore Vespasiano, il cui abito ricorda una divisa da ufficiale britannico, si esprime in Inglese, mentre ad alcuni canti Yiddish è affidata la responsabilità di rendere conto del dramma della diaspora, nel momento in cui se ne descrive l’inizio.
Straordinaria Jean Moreau che, recitando l’opera dal punto di vista “romano” di Giuseppe Flavio, riesce a darle il senso più profondo, pronunciando parole che significano Vittoria, col tono, col volto e la disperazione di chi pianga una sconfitta, dando così, a un testo di 19 secolo, un’attualità incredibile.
 
Il 6 agosto in evidenza:
La sera, in Piazza Grande, Unter Bauer Retter in der Nacht, prima visione in lingua tedesca, sarà seguita da un tributo al regista giapponese Isao Takahata, piuttosto di casa a Locarno, con la proiezione di Pom Poko, del 1994.
Nel pomeriggio, si avvierà il concorso internazionale con un’altra opera giapponese “where are you”, di Masahiro Kobayashi, un film di cui non sappiamo molto salvo il fatto che sembra sia il famoso “candidato giapponese” al Pardo che la direzione voleva fortemente fin dalla 60° edizione.
Per la competizione cineasti del presente si segnala il documentario argentino “Castro”, opera di indiscutible attualità dedicata alla realtà cubana(18:30, FEVI) e per Manga Impact una maratona in grado di attrarre ( ma anche spaventare) anche l’”Otaku”(appassionato di manga) più esigente: si parte alle 9 del mattino, all’EX Rex, e si prosegue senza sosta fino alle 21 circa, a quell’ora pochi minuti dovranno bastare per spostarsi a “La Sala” per completare la full immersion di circa 14 ore di cortometraggi e film, nessuno nuovo, ma molti presentati per la prima volta al pubblico fuori dal Giappone.

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Pubblicato il 06 Agosto 2009
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