Caso Matilda, Elena Romani assolta in appello con formula piena
Per la Corte d'Assise d'Appello del capoluogo piemontese non fu la madre a causare la morte della piccola
Assolta con formula piena in appello. Dopo anni di processi, intercettazioni arrivate fino in tv, "piste" da seguire, sospetti incrociati, perizie su stivali. Non è stata Elena Romani, la ex hostess originaria di Legnano (Milano), a causare la morte di sua figlia, la piccola Matilda Borin, quel 2 luglio del 2005 a Roasio, provincia di Vercelli, nella casa del suo convivente Antonio Cangialosi. La piccola era nata dalla precedente relazione della donna con un impresario di una nota famiglia titolare di una ditta di onoranze funebri a Busto Arsizio: ed è nella città lombarda che la piccola fu seppellita. Una bara piccolissima per la bambina, il dolore del padre naturale, della nonna, di tutta una città avevano accolto la sepoltura del corpicino, stroncato da lesioni a un rene al fegato che a tutt’oggi non è stato possibile chiarire come siano avvenute. Di Matilda resta solo il sorriso tenerissimo nella foto che commosse tutta Italia.
Per sua madre Elena, difesa dai legali Roberto Scheda e Tiberio Massironi e sempre professatasi innocente anche nei frangenti più difficili, è la seconda assoluzione: la sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Novara l’aveva assolta il 12 novembre del 2007. Per lei è la fine di un incubo, anche se niente e nessuno potrà ridarle la bambina, cui vanno, avrebbe detto uscendo dall’aula, tutti i suoi pensieri.
A questo punto cambia anche il quadro generale della vicenda, poichè la Corte d’Appello di Torino ha disposto anche la trasmissione degli atti alla Procura di Vercelli. Qui era stato indagato il Cangialosi, controaccusato dalla donna inizialmente arrestata come la sospetta infanticida; il gup aveva emesso a carico dell’uomo una sentenza di non luogo a procedere per non aver commesso il fatto di cui ora la corte d’appello del capoluogo regionale chiede la revoca.
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