Banche al rogo? “Non generalizziamo”
Sui temi della crisi e del ruolo in essa della finanza, anche relativamente alla nostra provincia, abbiamo intervistato Rossella Locatelli, docente di economia degli intermediari finanziari all'Università dell'Insubria
Le banche e la crisi: un tema scottante. Sembrano l’accendino e la benzina, nell’immaginario corrente. E a proposito di incendi, c’è chi le banche le manda senz’altro al rogo: si veda l’iniziativa goliardica di Comunità Giovanile che a Busto Arsizio dedica alla "finanza allegra" la sua Gioeubia. Partiamo da questi "sintomi" di un clima… arroventato per andare alla ricerca di una spiegazione che vada oltre la vulgata comune della "finanza cattiva" e della "produzione buona" e la analizzi nei suoi pro e nei suoi contro.
Per capirci qualcosa, per uscire dal marasma convulso di dichiarazioni di politici, gruppi, associazioni, ci rivolgiamo a una docente: la professoressa Rosella Locatelli dell’università dell’Insubria, dove è ordinario di Economia degli intermediari finanziari.
Professoressa, si sente molto parlare di una responsabilità ultima delle banche e della finanza nell’esplodere della crisi, ma anche nel non concedere le risorse per uscirne. C’è un fondo di verità o siamo di fronte a una semplificazione?
«Premetto che non voglio passare per "avvocato d’ufficio" delle banche, non credo che queste abbiano bisogno di essere difese. Forse è più facile ragionare per slogan. La crisi riguarda l’economia reale, è vero comunque che una sovrafinanziarizzazione ha funto da detonatore. L’esplosivo però c’era già. Parlando in generale, poi, si è sempre verificato un certo antagonismo verso gli istituti di credito, anche in tempi migliori. Nella situazione attuale, come spiego aprendo il mio corso di gestione bancaria, parliamo di banche che sono molto più "aziende", molto più esposte al mercato rispetto anche solo a 15 anni fa. Fanno il loro mestiere nel concere il credito in modo molto accurato, facendo valere la loro forza contrattuale verso la clientela. Come ogni altra azienda, tutelano il proprio interesse. Ciò va però contemperato ad un’altra e non meno importante funzione che è quella pubblica: anche la Costituzione italiana cita esplicitamente anche la tutela del risparmio. Quanto alle critiche che piovono sul settore finanziario, è ingenuo pensare che si possa prescindere dalle banche in un’economia di mercato moderna, anche i gesti di critica plateali assumono valore di provocazione. Nel frattempo ciò che è maturata è la consapevolezza della clientela circa i suoi diritti, che esige massima trasparenza e correttezza. Come riportano le cronache, non è sempre stato il caso».
L’immagine del mondo finanziario in effetti non è delle migliori. Il correntista medio stretto dalle commissioni si immagina sempre qualche supermanager dalla stock option facile…
«Essendo per natura moderata, rifuggo dal grido "al lupo, al lupo" e dalla ricerca di colpevoli che conduce a esagerare e generalizzare sulla base di casi gravi ma specifici. Lo strumento della stock option ha una sua logica, in realtà, se ben usato. Serve ad incentivare il manager, in un’ottica di separazione di gestione e proprietà. Poi, non sempre le stock option sono state proporzionate ai risultati gestionali. E si possono creare altre situazioni particolari, quando ad esempio la proprietà di un gruppo è molto frazionata e la gestione diventa autoreferenziale. Negli Stati Uniti in particolare un certo modo di fare finanza, che ha lasciato "della marmellata sulle mani" a qualcuno, è stata resa possibile da un quadro normativo diverso dal nostro, con meno controlli. Parliamo di operazioni con contenuti tecnici talmente elevati e complessi (derivati e dintorni, soprattutto ndr) da rendere anche difficile andare a renderne pienamente conto. Ora tra l’altro si stanno affrontando ulteriori modifiche al quadro di riferimento, con le regole Basilea III».
Fare previsioni è difficile, ma la crisi si avvia a concludersi, come si cerca di far passare, o si tratta di puro wishful thinking?
«Lo dicono anche Tremonti e il Papa che gli economisti non possono fare i divinatori… Diciamo che le analisi ci parlano senz’altro di spiragli in vista, ma la crisi è davvero profonda e si fatica a cogliere quei segnali forti che annuncerebbero una ripresa».
Nello scenario dato, la nostra provincia come ne esce? Un tessuto produttivo fitto ma frammentato è elemento di debolezza di fronte alle banche?
«Chiariamo che stiamo parlando di un territorio di antica industrializzazione, che vede interi settori in profonda difficoltà. Non ha più banche di territorio, se si eccettua la BCC di Busto Garolfo e Buguggiate; ne aveva un tempo, è vero, ma le ha perse. Tutto lo scenario bancario, come è noto a chi lo ha seguito nel corso degli anni, si è caratterizzato per grandi fusioni e accorpamenti. Gli istituti di credito fedeli ad una dimensione territoriale in genere hanno saputo nel tempo riguadagnare fette di mercato, in parte proprio per il loro radicamento, in parte per la "distrazione" dei maggiori gruppi. Sulla frammentazione dei produttori non vedrei una specificità varesina, è tipica dell’Italia in genere. Ne segue una forte spinta, soprattutto di questi tempi, come si è visto, all’associazionismo, per avere una voce comune. Al momento, come Università dell’Insubria, abbiamo in corso un progetto con l’Associazione Artigiani di Varese e Alto Milanese e la BCC: è un osservatorio sulle microimprese. Stiamo elaborando una relazione su un questionario che abbiamo sottoposto ad oltre duecento aziende, e fra le domande vi è anche il rapporto con le banche. Da questa analisi attendiamo dei dati che potranno darci qualche indicazione ulteriore da sviluppare».
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