“L’integrazione non si fa col manganello”
L’autore di “Babele 56” commenta i fatti di via Padova. “Macché banlieu, siamo alle soglie del centro e il comune ha gli strumenti per agire”
Milano col cuore in mano? «Forse una volta, adesso l’accoglienza non può venire da qualche prete coraggioso o dalle associazioni: ci vuole l’impegno della politica».
Giorgio Fontana (foto) usa parole dure dopo le coltellate di via Padova, il morto per terra e le auto ribaltate. E’ l’autore di “Babele 56”, un libro che parla di storie di immigrati che vivono la Milano dei mezzi pubblici, dei lavori umili e della difficile convivenza. Gente che viaggia appunto sulla linea 56 dell’autobus, usata soprattutto da immigrati.
Parla quasi da testimone oculare, Giorgio, perché sabato sera alle 19 era a poca distanza da dove sono avvenuti i fatti che hanno fatto parlare di “banlieu”, “guerriglia urbana”, “gang”.
Come hanno trattato la notizia i media?
«Devo dire con una certa obiettività – risponde Giorgio, che è giornalista freelance e lavora per una storica casa editrice – . Ho letto ‘Corriere’ e ‘Repubblica’: i fatti sono stati riportati correttamente; ci sono state scene da guerriglia urbana. I fatti li ho visti in prima persona perché abito vicino alla strada dove è successo il macello descritto dai giornali. Certo un appunto va fatto: via Padova non è periferia». (le foto sotto, da youreporter.it )
Non è la banlieu parigina, insomma
«No, per niente: non è un posto abbandonato a sé stesso: qui, se il comune volesse intervenire, potrebbe farlo fin da subito. Ho parlato con diversi vigili urbani e mi hanno detto apertamente di non avere le forze a disposizione per sorvegliare il territorio. Strano, dopo quindici anni di amministrazione di centrodestra che fa della sicurezza il suo cavallo di battaglia».
Ma è già successo, ricorda via Paolo Sarpi e la chinatown? Non è lo stesso?
«Era diverso. Li ci fu una protesta nei confronti dell’amministrazione comunale per i permessi di carico-scarico merci e da quell’episodio scoppiò la rivolta. Qui i fatti mi risulta siano nati da motivi banali: uno sguardo di troppo ad una ragazza, una risposta azzardata e subito si è arrivati ai coltelli».
Quindi la prima parte del ragionamento è: ci sono pochi poliziotti a presidiare il territorio.
«Sì, questo è un aspetto di ciò che è avvenuto, ma costituisce solo una parte della questione, anche perché non è possibile rispondere col manganello agli immigrati. Ci vuole una politica di integrazione reale».
Per integrare gli stranieri è necessario saper ascoltare. I milanesi sono ancora capaci di farlo?
«Non credo sia come una volta. La città vive ritmi frenetici. C’è scoramento. Solo due giorni prima ci fu l’arresto per le mazzette. Le persone hanno perso fiducia. Per questo non possiamo appoggiare l’integrazione sulle spalle di preti volenterosi o di associazioni. Qui ci vuole una politica reale da parte del comune, che non può fare finta di niente. Esistono esempi anche importanti a Milano, mi viene in mente il progetto dell’ex Casa del sole, al parco Trotter, dove c’è una scuola che si impegna a realizzare classi miste con dei risultati eccezionali».
Cosa occorre?
«Bisogna far sedere immigrati e milanesi ad un tavolo, che può essere una consiglio di quartiere, un’assemblea o altro per sentire i bisogni di questa gente, per farli parlare e farli sentire parte di qualcosa di vivo. Non è accettabile il solito atteggiamento di ‘chiagni e fotti’ all’italiana’: non ci si può lamentare per il fatto che gli immigrato sono troppi e poi sfruttarli e farli dormire in 15 dentro a un monolocale: è ora di una politica attiva di integrazione sociale».
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