La crisi non ci ha ammazzato. Noi resistiamo

Un anno fa l'assemblea a Jerago con Orago. Massimo Mazzucchelli, imprenditore meccanico di Besnate e referente lombardo nel comitato nazionale di Imprese che resistono, fa il punto della situazione

Massimo Mazzucchelli referente nazionale di imprese che resistono«Nel momento più buio della crisi, quando dovevo pagare fornitori e dipendenti sono andato a prelevare i soldi dal mio conto personale. Per me, in questo ultimo anno, non ho ancora preso nulla». Come Massimo Mazzucchelli (foto), molti altri piccoli imprenditori, hanno deciso di resistere mettendo mano alle proprie tasche, anche a causa del comportamento delle banche che hanno stretto i cordoni della borsa.
Massimo rappresenta la seconda generazione in azienda, la Fratelli Mazzucchelli snc di Besnate, fondata negli anni Cinquanta e specializzata nella produzione di dispenser per nastri adesivi: sedici dipendenti, un milione e 200 mila euro di fatturato nei momenti felici, i clienti principali divisi tra Germania (40 %) e Usa (30 %). Oltre a fare l’imprenditoreè il referente per la Lombardia del Comitato nazionale di Imprese che resistono (Icr), a cui aderiscono circa 1500 imprenditori italiani.
A Malpensafiere, durante un recente convegno sulle pmi, ha avuto un confronto schietto e duro con Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato, che in quella sede disse: «Alle imprese che resistono preferisco quelle che reagiscono».
(foto: assemblea di Imprese che resistono)

Mazzucchelli, è passato un anno dalla prima riunione di "Imprese che resistono", qual è il punto della situazione? C’è stata una reazione?
«Si continua a resistere. A maggio il calo degli ordini è stato intorno all’80%. Ad aprile era andata molto meglio. Questo significa che c’è un’oscillazione non a “W”, come si dice, ma a “L”. C’è stata una discesa e poi una stabilizzazione, su questa nuova linea si oscilla a volte in alto e a volte in basso. L’utilizzo delle macchine utensili è sceso del 30 per cento e la produzione si è spostata soprattutto in Cina, Vietnam, India e Brasile».

Quindi è una questione di tempo per la ripresa, oppure no?
«Io sono scettico rispetto ad una ripresa degli ordinativi e quindi del mercato, al contrario di quanto auspicava il sindacalista della Mascioni. Le produzioni si spostano e non torneranno indietro. O l’azienda trova nuovi sbocchi e nuovi clienti, oppure occorre “riorganizzare” il lavoro, che è la parola d’ordine di questo periodo, ovvero licenziare. Noi non abbiamo licenziato nessuno: primo perché teniamo ai nostri dipendenti; secondo perché se manca qualcuno non riusciamo più a produrre. La cassa integrazione si avvicina alla scadenza di novembre, se la situazione non peggiora ulteriormente si riesce a fare a meno della cassa straordinaria. Insomma, si sopravvive».

Qual è la strategia di un’impresa che resiste per conquistare nuove fette di mercato?
«Per uscire da questa situazione o si trova un’idea innovativa che va a soddisfare un bisogno marginale o risolvi un problema che nessuno è mai riuscito a risolvere. Qualche settimana fa ho registrato un brevetto che potrebbe andare a prendere una fascia di clienti che non riuscivamo a raggiungere. Ma sono tutti costi aggiuntivi che in una fase negativa pesano tanto: il puro costo di presentazione è di circa 4 mila euro, se poi ci aggiungi uno studio e il prototipo,  il prezzo sale di molto. Se poi lo devi presentare in Europa o Stati Uniti puo’ costare anche 50 mila euro, a cui si aggiungono i costi di mantenimento. In questo le reti di impresa, le istituzioni e le associazioni di categoria potrebbero fare di più».

Durante la Giornata dell’economia alle Ville Ponti, lei fece una critica a istituzioni e associazioni perché inadeguate nell’aiutare le piccole imprese nel processo di internazionalizzazione. E’ cambiato qualcosa?
«In quell’occasione fui volutamente provocatorio: i 600 euro che mi chiedeva la Camera di Commercio italiana in Canada per avere contatti su quel mercato, sono poca cosa. Ma in un momento di crisi tutto incide e io dissi che preferivo usarli per pagare i miei lavoratori. Le fiere all’estero sono uno strumento che puo’ aiutare a espandersi, i costi da affrontare però sono alti. La Regione Lombardia dà un vaucher di 2.500 euro per una spesa minima di 4 mila. Adesso in Brasile c’è una fiera sul packaging che per noi puo essere interessante, sappiamo che il nostro concorrente taiwanese ci sarà. Con 2.500 euro, però, non copro nemmeno le spese di viaggio e di spedizione dei materiali».

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Pubblicato il 09 Giugno 2010
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