L’assassinio di Miriam, i parenti: “Chi sa parli”

Nella comunità sudamericana "tutti sapevano che era stata uccisa, ma lo dicono solo ora: hanno sulla coscienza un'altra donna". Duri i parenti, oggi in caserma dai carabinieri

«Chi sa, parli». È questo il messaggio alla folta comunità peruviana del nordovest lombardo che viene dai familiari di Miriam Marilù Flores Gallardo, la giovane donna assassinata quattro anni or sono dall’ex compagno, Teòfilo Apolinar Galarda Melendez, resosi poi responsabile di un ulteriore omicidio, sempre di una donna, in Spagna.
I parenti oggi presenti presso la caserma dei carabinieri di Busto Arsizio hanno riconosciuto gli effetti personali e alcuni particolari di Miriam. Resta solo l’esame del DNA, ma si tratta nei fatti di una formalità. «La cosa che ci fa più male» dice la signora Marita Gallardo, «è che i connazionali sapevano: ora, solo ora, dicono che tutti a Busto e dintorni sapevano che Miriam era stata ammazzata e sepolta. Ma dico: nessun pensiero per i familiari? Una segnalazione, una telefonata anche anonima ai carabinieri? Chi ha taciuto per tutto questo tempo, con una madre che ha vissuto di speranza e che è scoppiata a piangere quando ha saputo, e noi che sentivamo che era finita così – non si sparisce potandosi dietro così poco – ce l’ha sulla coscienza. Oltretutto, è morta un’altra donna innocente a causa di quel silenzio».
All’uscita dalla caserma i parenti, per quanto scossi, sono freddamente nel dominio di sè. Non avevano mai dubitato di come fossero andate le cose, ma solo da maggio avevano la certezza: da quando cioè al padre della ragazza fu cominicato tramite il ministero degli esteri peruviano l’arresto in Spagna di Galarda Melendez, e quindi la confessione di questi riguardo al delitto compiuto a Busto Arsizio il 14 luglio 2006. La denuncia della scomparsa era stata fatta quattro giorni dopo, nel frattempo l’assassino si era dileguato, sfuggendo alla giustizia. Fino al successivo omicidio, quasi quattro anni dopo e a quasi duemila chilometri da Busto.

Ci sono cose che non tornano e sulle quale zie e cugine della vittima (i genitori sono in Perù, nello Huancayo, regione d’origine della famiglia), venuti chi da Milano, chi da Cassano Magnago, vogliono fare piena luce. «Teòfilo non aveva che una bicicletta di suo». Per disfarsi del corpo della ragazza dopo averla strangolata dice di aver avuto un passaggio in taxi, caricandovi un grosso trolley in cui aveva messo il cadavere per poi scaricarlo in una condotta in disuso a Olgiate Olona dove è stato faticosamente ritrovoato solo di rcente, su sua indicazione. Ma alla tesi del tassì i parenti non credono proprio: piuttosto ad un furgone. E vogliono la verità: tutta. Se qualcuno ha aiutato l’omicida, chi è stato?
E ancora: quei pochi giorni decisivi subito dopo il delitto. Il 14, quando alle 20,30 dal cellulare di Miriam venne l’ultimo segnale certo di vita della ragazza, era venerdì. Il lunedì fu una telefonata di un’amica ad allertare il parentado. Una cugina, Jacqueline Aguirre, venne a cercarla a Sacconago. «Passai davanti a casa di Teòfilo, e dalle finestre ho sentito l’odore della vernice fresca. Ho subito pensato al peggio. Una vicina italiana poi mi disse che in quei giorni poi erano venute altre persone, tante, a portare borse e ad aiutare ad imbiancare nell’appartamento di Teòfilo». In via Lamarmora a due passi da quello della sua ex. Un rapporto «tira e molla» quello fra l’assassino e la sua vittima, così Jacqueline, oggi presente con sua gemella Angela, i lineamenti segnati dall’ira e dall’indignazione per la cugina assassinata. «Miriam era innamorata, noi le avevamo detto di non andare, di non frequentarlo più, ma niente» aggiungono le zie Marita e Marlene. Era un violento per natura, Teòfilo: già in precedenza aveva ridotto male una precedente compagna, sempre a Busto Arsizio e sempre cercando di strozzarla: si era salvata per un soffio fingendosi morta. Miriam lo sapeva, dicono i parenti, ma lui si "giustificava" dicendo che era stato tradito dalla precedente compagna. Avevano convissuto a Gallarate per qualche tempo, Miriam e Teòfilo, poi pur separandosi, si erano trasferiti vicinissimi, a Sacconago, nella stessa via. «La picchiava e le diceva: se mi denunci ti ammazzo». Prima del delitto non erano mancato scontri violenti anche con Massimiliano, il consorte italiano della signora Marita. «Io non ho paura di te, gli dicevo quando sapevo che picchiava Miriam: confrontati con gli uomini, se hai coraggio, invece che picchiare le donne. E lui negava e piangeva».

Tutti gli eventi

di maggio  a Materia

Via Confalonieri, 5 - Castronno

Redazione VareseNews
redazione@varesenews.it

Noi della redazione di VareseNews crediamo che una buona informazione contribuisca a migliorare la vita di tutti. Ogni giorno lavoriamo cercando di stimolare curiosità e spirito critico.

Pubblicato il 03 Luglio 2010
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Vuoi leggere VareseNews senza pubblicità?
Diventa un nostro sostenitore!



Sostienici!


Oppure disabilita l'Adblock per continuare a leggere le nostre notizie.