Porte aperte ai camici bianchi. In Svizzera

Luca Torri, giovane medico, con la passione della medicina d'urgenza "costretto" a lasciare gli Appennini per lavorare nel settore che ama

Dall’Appennino reggiano, luogo di vacanze all’antica – aria e cibo ottimi, bella gente – una piccola storia di tranquilla emigrazione professionale che in qualche misura può interessare la nostra città dove molti giovani sono attratti da una eccellente tradizione medica consolidatasi con la nascita dell’Università.
E’ la storia di Luca Torri, giovane medico. Conseguita la laurea con lode in medicina e chirurgia a Bologna e ottenuta successivamente l ‘abilitazione alla professione, si impegna senza soste come “matricola” presso Pronto Soccorso del petroniano Sant’Orsola, seguono poi il 118, sedi varie della Cri per accumulare esperienze prima della specializzazione come chirurgo.
Accade però che siano avviate in diverse città le specializzazioni in medicina d’urgenza e per Luca Torri c’è una sorta di irresistibile chiamata che però in Italia cozza contro porte sbarrate a doppia mandata: infatti tutti i posti per gli specializzandi sono già occupati. Non succede invece con la Svizzera, dove tre ospedali su tre a Luca Torri aprono le porte. E il giovane dottore reggiano decide di andare a formarsi come medico dell’urgenza in terra svizzera non prima di essersi accertato della validità scientifica e della credibilità dell’offerta che gli viene fatta.

“ La proposta di pratica e studio – dice Torri – mi ha colpito subito: un primo anno, lo sto già facendo a Delemont, cantone del Giura, in un ospedale piccolo con una sola divisione di medicina dove per 50 ore alla settimana sono impegnato in reparto e Pronto Soccorso sempre seguito dai medici più anziani; nel contempo devo frequentare corsi tenuti dagli specialisti di medicina interna presenti in ospedale. La base della medicina d’urgenza in Svizzera è costituita da terapia intensiva e rianimazione alle quali vengono accostate più specialità mediche apprese nel corso dei previsti 6 anni di pratica e studio”.
Una medicina d’urgenza separata dalla chirurgia. E che succede dopo il noviziato del primo anno?
“ Il mio percorso di formazione specialistica è già stato disegnato: infatti mi aspettano due anni di lavoro all’ospedale di Sion, che ha altre dimensioni e dove l’impegno sarà più approfondito, poi chiuderò con un triennio a Ginevra o Losanna in ospedali universitari.”
Tanto lavoro e la retribuzione?
“ Soddisfacente. Siamo tutelati sotto qualsiasi aspetto. Io sono rientrato in Italia perché, chiamato per una serie di circostanze a sette turni di notte, mi hanno subito dato sette giorni di riposo. Mi trovo bene, ho la fiducia degli “anziani”, il contatto con gli ammalati è importante.”
Lei non si sente … ..emigrato
“ Si è concentrati sulla nostra attività, certamente qualche volta ti possono mancare la famiglia e gli amici, ma la preparazione alla professione è tutto, ha la precedenza assoluta”.
Chi le ha indicato lo sbocco professionale elvetico?
“ Un amico. E’ stato un buon consiglio “
Nel suo ospedale studiano altri giovani medici stranieri?
“ Sì, i più numerosi, ma sono numeri piccoli, i greci”

L’opportunità di fare la specializzazione agognata, un buon stipendio, 40 giorni di ferie all’ anno, non molte le ore d’auto per rientrare in famiglia. E non più l’incubo dell’ attesa per costruire il proprio futuro ovvero le lotterie italiche delle specializzazioni.
Ecco perché ho raccontato questa piccola storia alla quale devo aggiungere particolari credo interessanti. Dallo stesso paese di Luca Torri partì per fare esperienza a Parigi Lorenzo Spaggiari, oggi direttore della chirurgia toracica dello IEO di Veronesi; fu invece crudele il destino con Eusebio Vezzosi, giovane ed eccezionale chirurgo, allievo di Francesco Morino alla celebre Clinica chirurgica torinese di Achille Mario Dogliotti.
Davvero una comunità e un territorio che hanno grande attenzione alla sanità se da più di mezzo secolo si danno medici di base locali, tutti molto preparati, se gli anziani hanno una efficiente casa di riposo e se da 25 anni è attiva una sede CRI oggi con 12 mezzi, un centinaio di volontari e più di 200 soci che permettono migliaia di servizi alla popolazione. Il tutto gestito autonomamente e senza marchi politici.

 

 

 

 

 

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Pubblicato il 21 Luglio 2010
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