La lotta di una città contro l’amianto
Nel libro "La lana della salamandra" il medico e sindacalista racconta la dura lotta che ha portato a vietare l'Eternit: primi protagonisti, operai e famigliari di Casale Monferrato
Gli antichi romani lo chiamavano la lana della salamandra, convinti che fosse l’amianto a rendere il piccolo rettile resistente al fuoco. I secoli passarono, ma l’aura magica intorno all’amianto rimase: a fine Ottocento divenne materiale industriale. Iniziò così la storia dell’Eternit, considerato per decenni
materiale miracoloso e trasformatosi poi in maledizione, prima per i lavoratori e poi per chiunque ci ha avuto a che fare, ci ha vissuto sotto. Una trasformazione che è durata solo vent’anni, maturata grazie alle lotte degli operai e degli abitanti di Casale Monferrato: la racconta il medico-sindacalista Giampiero Rossi nel libro “La lana della salamandra”. Allora la cittadina piemontese era il principale centro produttivo della Eternit in Italia, il luogo simbolo dell’amianto insieme alla cava a cielo aperto di Balangero (Torino). Gli operai lavoravano nei reparti con la polvere d’amianto sospesa in aria, cortili e campetti da basket erano pavimentati con l’amianto di risulta. Chi denunciava, tra i lavoratori, veniva punito con il confino nel reparto che chiamavano “Stalingrado”, dove la polvere era così fitta da non vedere a pochi metri. Ma mentre il numero dei morti cresceva, mentre si ammalavano anche le mogli che lavavano le tute da lavoro dei mariti e li baciavano al ritorno dalla fabbrica, le lotte sono cresciute, pur nella diffidenza tra chi temeva di perdere il lavoro. L’Eternit è stato messo al bando nel 1986, almeno in Italia, la vicenda giudiziaria prosegue, la storia ripropone l’eterna questione tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Un tema che è attuale anche oggi.
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