“Se uno dei coniugi perde il lavoro, è già dramma”
Con la crisi, la perdita di reddito anche solo di una parte del reddito mette a rischio il mutuo. I numeri del fenomeno: 700 domande per le case popolari, altrettante per l'aiuto per l'affitto. Crescono gli sfratti per morosità
prima linea nell’affrontare i bisogni crescenti. Le domande per avere un alloggio pubblico oggi a Gallarate sono 700, altrettante sono le domande di accesso al fondo sostegno affitti, peraltro già falcidiato dai tagli. «Il nostro Osservatorio sulla casa – spiega Ezio Mostoni del Sicet-Cisl – segnala un vero allarme: oggi la maggior parte degli sfratti sono per morosità, mentre in passato erano predominanti quelli per finita locazione». Le famiglie faticano a pagare l’affitto, divenuto insostenibile soprattutto a causa della crisi economica. Lo conferma l’esperienza della Caritas, che gestisce anche le domande per il Fondo Famiglia-Lavoro della Diocesi di Milano: «La gran pate delle richieste di aiuto viene da famiglie in cui uno o entrambi i coniugi sono senza lavoro e per cui la casa rimane il primo problema, sia per gli affitti che per i mutui. Con mutui di 800 euro, la scomparsa del reddito significa l’accumularsi dei debiti. Spesso uno dei due stipendi va a coprire il mutuo, quindi basta che uno dei due coniugi perda il posto per creare problemi enormi».
«Il bisogno di lavoro e di casa – aggiunge Enrica Brambilla della San Vincenzo – rimane una vera emergenza, italiani o stranieri la questione non cambia». La guerra tra poveri non piace alle associazioni cattoliche e al sindacato inquilini: «L’incidenza degli stranieri non può essere usata come ostacolo a realizzare nuove case popolari» ribadisce Ferruccio Boffi delle Acli. «Non possiamo poi dimenticare che esistono regole e requisiti precisi per gli stranieri: oltre al permesso di soggiorno e al lavoro, c’è anche il requisito della residenza da 5 anni in Lombardia o da 10 in Italia». Insomma, le domande riguardano non «situazioni borderline» o approfittatori, ma «famiglie integrate».
Di fronte ai numeri e ai casi segnalati, secondo le associazioni la risposta è comunque insufficiente, quando addirittura non adeguatamente pubblicizzata: lo scorso anno il fondo per il sostegno ai mutui ha ricevuto pochissime domande. «Ovvio, quando abbiamo segnalato casi, neppure gli assistenti sociali erano a conoscenza» fa notare Chiara Sironi. «Ci sono evidentemente stati dei problemi di comunicazione ai cittadini». Anche se la questione di fondo rimane programmare adeguatamente gli interventi per la casa, anche attraverso le scelte urbanistiche. Di questo si parlerà nell’incontro di venerdì 5 novembre.
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