Cinque anni al re del Portogallo, sei al suo console
La complessa e incredibile vicenda della Real Casa di Braganza si chiude in primo grado con la condanna di Rosario Poidimani e di Ugo Gervasi. Assolti gli altri tre imputati. Chiedevano soldi in quantità per cariche inesistenti
Rosario Poidimani, meglio conosciuto come re del Portogallo, è stato condannato a cinque anni di reclusione questa mattina, martedì, dalla corte del tribunale di Busto Arsizio presieduta dal giudice Tony Adet Novik ad una pena di cinque anni di reclusione per truffa e utilizzo indebito di palette diplomatiche. Insieme a lui è stato condannato a 6 anni al castellanzese Ugo Gervasi, il referente gallaratese del consolato che, a sua volta, aveva aperto una struttura simile nella città dei due galli. Per lui le truffe contestate sono due. Assoluzione, invece, per Roberto Cavallaro e Fabrizio Bellora mentre Roberto Resini ha patteggiato in precedenza.
La vicenda aveva fatto molto scalpore nel marzo del 2007 quando la Guardia di Finanza di Gallarate
, coordinata dalla Procura di Busto Arsizio, mise in atto l’operazione contro la "Real Casa di Braganza" capeggiata da Rosario Poidimani il quale asseriva di essere il legittimo erede al trono del Portogallo dopo la fine della monarchia grazie alla cessione del titolo da parte dell’ultima erede, amica di Poidimani. Nessuna velleità di riportare la monarchia nel paese iberico ma la realizzazione di un progetto che veniva definito consolato, iniziato a Vicenza in una reggia e concluso a Gallarate quando alcuni imprenditori che erano entrati in contatto con il Gervasi il quale prometteva successi e relazioni di affari ad altissimo livello in cambio di decine e a volte centinaia di euro pagati per l’iscrizione alla Real Casa. Quando i protagonisti capirono di essere vittime decisero di denunciare la truffa.
Da lì le indagini e il processo che vede confermati almeno due fatti: due truffe, una bancaria da centinaia di milioni di euro (addebitate ad entrambi i condannati) e quella ai danni di alcuni imprenditori caduti nella rete davanti a promesse fantasmagoriche. Si chiude, almeno a Busto Arsizio, un processo che ha intrecciato storia, araldica, ricostruzioni genealogiche, diritto internazionale, ministri e ministeri, banche per giustificare qualcosa che non appartiene certamente al mondo contemporaneo. Le difese faranno appello.
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