Demotorizzare il territorio
Una proposta di Michela Barzi, candidata alle regionali per la lista ETICO a sinistra, per coniugare mobilità sostenibile ed un nuovo modello di sviluppo del territorio
La disponibilità dell’auto privata ha reso indifferente il luogo di residenza rispetto a quello dove si lavora, si studia, si fanno gli acquisti , si fa sport o ci si diverte. Ognuno, grazie al proprio mezzo motorizzato, è in grado di raggiungere una delle molteplici funzioni urbane anche abitando in campagna, o in un luogo spacciato per tale. Questo è il paradigma dello sviluppo territoriale che incontra un numero crescente di voci critiche ma per il quale sembra non ci sia ancora un antidoto efficace. Sì perchè il ritorno alla vita agreste è una soluzione applicabile alla scala dell’individuo e non a quella dell’intera società, visto che non si fa carico dell’eredità lasciata dal modello di sviluppo motorizzato. Giusto per fare un esempio, in provincia di Varese, secondo i dati del Centro di Ricerche sui Consumi di Suolo, la superficie antropizzata, cioè sottratta all’agricoltura ed agli ambienti naturali, è aumentata tra il 1954 e il 2007 del 210%, mentre la popolazione, secondo i dati dell’ISTAT, solo dell’83%. Questo straordinario squilibrio tra la crescita demografica ed i sistemi insediativi è stato possibile grazie all’accorciamento dei tempi di trasporto delle persone e delle merci, che precedentemente alla motorizzazione erano molto più vincolate al territorio di appartenenza. La popolazione si è dispersa sul territorio e con essa gli insediamenti, generando quel fenomeno noto con la spregiativa definizione di sprawl, appunto la dispersione insediativa.
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