L’Italia malata di crisi e sfiducia
I dati che emergono dal rapporto sul "Benessere equo e sostenibile in Italia" di Istat e Cnel descrivono un paese in difficoltà e con grandi risorse ancora bloccate
È la fotografia di un paese che arranca e dalle potenzialità spesso bloccate quella scattata da Istat e Cnel con il rapporto sul "Benessere equo e sostenibile in Italia". L’indagine approfondisce una serie di indicatori – dalla salute alla fiducia nelle istituzioni – in grado di descrivere lo stato di salute del nostro paese. Tra quelli economici spiccano i numeri della crisi: «Alcuni segmenti di popolazione e certe zone del Paese – si legge nel rapporto – sono stati particolarmente colpiti sia dalla riduzione dei posti di lavoro (la percentuale degli individui in famiglie senza occupati è passata, tra il 2007 e il 2011, dal 5,1% al 7,2%, con una dinamica più accentuata tra gli under 25, per i quali è cresciuta dal 5,4% all’8% e nel Mezzogiorno, dove dal 9,9% si è passati al 13,5%), sia dalla diminuzione del potere d’acquisto, che tra il 2007 e il 2011 si è ridotto del 5%. Fino al 2009, ciò non si è tradotto in un significativo aumento della povertà e della deprivazione grave (stabili al 18,4% e al 7% rispettivamente), grazie al potenziamento degli interventi di sostegno al reddito dei lavoratori (indennità di disoccupazione e assegni di integrazione salariale) e al funzionamento delle reti di solidarietà familiare».
E sono state proprio le famiglie italiane, l’ammortizzatore naturale che ha permesso di tamponare «la progressiva erosione del potere d’acquisto intaccando il patrimonio, risparmiando meno e, in alcuni casi, indebitandosi: la quota di persone in famiglie che hanno ricevuto aiuti in denaro o in natura da parenti non coabitanti, amici, istituzioni o altri è passata dal 15,3% del 2010 al 18,8% del 2011 e, nei primi nove mesi del 2012 la quota delle famiglie indebitate è passata dal 2,3% al 6,5%». Con il perdurare della crisi, nel 2011 la situazione si è deteriorata: lo conferma l’impennata degli indicatori di «deprivazione materiale; la grave deprivazione aumenta di 4,2 punti percentuali, passando dal 6,9% all’11,1%, preceduta da un incremento, nel 2010, del rischio di povertà (calcolato sul reddito 2010) nel Centro (dal 13,6% al 15,1%) e nel Mezzogiorno (dal 31% al 34,5%) e da un aumento della disuguaglianza del reddito (il rapporto tra il reddito posseduto dal 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero dal 5,2 sale al 5,6)». Sul fronte del lavoro gli indicatori segnalano un cattivo impiego delle risorse umane, soprattutto nel campo del lavoro femminile e fra i giovani. «Il tasso di occupazione e quello di mancata partecipazione al lavoro, già tra i più critici dell’Unione europea a 27, sono ulteriormente peggiorati negli ultimi anni a causa della crisi economica. Il primo, nella classe 20-64 anni è sceso dal 63% del 2008 al 61,2% del 2011 mentre il tasso di mancata partecipazione è aumentato dal 15,6% al 17,9%».
Tra i diversi e interessanti indicatori del rapporto, emerge anche quello relativo alla politica, avvertita sempre più disatante dai cittadini. Dall’indagine emerge «sfiducia nei partiti, nel Parlamento, nei consigli regionali, provinciali e comunali, nel sistema giudiziario. Una sfiducia trasversale che attraversa tutti i segmenti della popolazione, tutte le zone del Paese, le diverse classi sociali. A marzo 2012, il dato peggiore sul fronte della fiducia dei cittadini verso le istituzioni riguarda i partiti politici: la fiducia media dei cittadini verso i partiti politici, su una scala da 0 a 10, è pari ad appena 2,3; seguono il Parlamento (3,6), le Amministrazioni locali (4) e la Giustizia (4,4). Le sole “istituzioni” verso le quali i cittadini esprimono fiducia sono i Vigili del fuoco e le Forze dell’ordine, che insieme raggiungono 7,1, come media tra i Vigili del fuoco (8,1) e le Forze dell’ordine (6,5)».
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