Una nuova tradizione
In “Stella By Starlight” The Splay Trio si confronta con la storia del jazz
Poco tempo fa intervistai Luis Bacalov in merito alla relazione tra musica scritta e improvvisata, da concerto oppure applicata alla cinematografia. Ciò che esce dalla tradizione – nel suo caso soprattutto il tango – prima o poi ne fa ritorno. E’ una questione di linguaggio: come lo si conquista, lo si forma, lo si sviluppa e lo si applica. Disse, Bacalov: “La musica è una relazione con il mistero della creazione”. Un mistero che deve fare i conti con ciò che è stato – e si è affermato come regola – ma anche con il progresso e la ricerca. Perché “non si può riscrivere ‘Romeo e Giulietta’, ma legarsi alla tradizione in modo corretto significa tentare una via nuova ancorata alla Storia della musica”.
The Splay Trio (Alberto Tacchini, pianoforte, Valerio Della Fonte, contrabbasso, Tony Boselli, batteria, foto), decide dunque di confrontarsi con la Storia del jazz – e le complicazioni lessicali di Charlie Parker, Miles Davis e Sonny Rollins – attraverso una coscienza musicale disciplinata e correttamente poco ortodossa. Così come fa chi segue l’esempio di Ferruccio Busoni nell’avvicinare i brani di Johann Sebastian Bach: non semplice trascrizione o arrangiamento, ma traduzione della partitura con stile inatteso, rivolto al futuro eppure sempre allacciato alle fondamenta del passato. Il trio non si accontenta di suonare perché vuole ri-scrivere. Non si limita ad interpretare perché vuole re-inventare. E conferma, con questo disco, quanto la rielaborazione dei classici sia più che mai attuale e funzionale ad un gruppo che sa bene cosa sia il linguaggio moderno (anche se non sempre riconosciuto dalla modernità). E’ per questo che in “Stella By Starlight” la formazione accetta la sfida di comprendere – e trasmettere – il vero senso di quella grammatica scomoda del Novecento di fronte alla quale o ci si ammutolisce, o ci si stupisce. Ciò che interessa al trio non è l’esaltazione della melodia – che nel suo nascondersi e rivelarsi acquista ancora maggiore mordente – ma la narrazione genetica del brano: ciò che contiene, matura, sviluppa interiormente. Con tecnica percussiva, aplomb coloristico ed un fascino estetico che si ispessisce gradualmente. Da qui, l’esigenza di smontare e riassemblare la struttura secondo i codici antichi dell’essenzialità e secondo la linea tracciata da Igor Stravinksy: pochi mezzi, poche note, nessuna frivolezza. Ma con un gioco delle parti che Tacchini risolve brillantemente affidando a Valerio Della Fonte e Toni Boselli spazi di vera conquista musicale.
È questa la lezione del XX secolo che il trio interiorizza in una intelligente e accorta sperimentazione armonica: musica come entità pura, a volte distaccata, necessariamente cristallizzata per poter essere goduta. Non appartenente al musicista o al pubblico, ma ad una dimensione nella quale chi suona o ascolta è – contemporaneamente – tramite e spettatore.
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