Fondazione Blini, un fallimento di tutti

In commissione cultura l'interrogazione di Marco Cirigliano (Sel) scatena vecchie polemiche mai sopite sull'ente per i giovani voluto dalla Provincia nel 2007 e mai decollato. Ora se ne parla come di un'esperienza conclusa

Della Fondazione Blini restano solo le polemiche, mai sopite dall’anno della sua nascita nel 2007 e interrotte solo con l’interruzione dell’attività della stessa fondazione voluta dall’allora presidente bustocco della Provincia di Varese, Marco Reguzzoni. Ieri sera, martedì, in commissione si è tornato a parlare di questa realtà, dotata di un fondo di 200 mila euro, ma della quale da almeno un paio d’anni non si hanno più notizie. Proprio da questo fatto ha preso le mosse l’interrogazione di Marco Cirigliano, consigliere comunale di Sel, nei confronti del sindaco Farioli che attualmente detiene le deleghe sulla cultura.

Cirigliano ha subito polemizzato sull’assenza del sindaco in commissione e poco dopo ha litigato, con urla isteriche da parte di entrambi, con l’assessore ai servizi sociali Mario Cislaghi, deputato da Farioli a rispondere al suo posto. La risposta di Cislaghi, sul bilancio politico di questa esperienza e delle iniziative portate avanti, è stata piuttosto sbrigativa citando il progetto Dress Care e relativo finanziamento regionale da 116 mila euro, come unico risultato di rilievo raggiunto dall’ente. Nonostante questo, per Cislaghi e per il sindaco Farioli, non è stata un’esperienza da considerarsi "fallimentare" come invece l’aveva definita il consigliere di opposizione nella stessa interrogazione. 

A seguire il dibattito si è infiammato con accuse reciproche tra maggioranza e opposizione sulle cause che hanno portato ad un progressivo abbandono della fondazione. Per Cirigliano il fallimento è evidente: «Non c’è un progetto sviluppato nell’ultimo anno, quindi è da considerarsi un’esperienza fallimentare che deve essere chiusa solo formalmente perchè nei fatti è già così». Per Checco Lattuada, che è legato a doppio filo con questa realtà per l’amicizia che lo legava a Giovanni Blini e per i legami familiari, «la colpa è del clima di ostilità che si è creato attorno alla scelta del nome e in parte anche nei miei confronti, tanto forte da farmi fare un passo indietro dal cda». Per la piddina Cinzia Berutti si tratta di «un’esperienza da considerare conclusa poi ognuno ci metta l’aggettivo che vuole. In un momento in cui la questione giovanile è dirompente una fondazione come questa viene considerata esperienza conclusa significa aver gettato al vento un’occasione».

Per Giampietro Rossi, che non ha mai nascosto di essere stato vicino alla Fondazione Blini, «la convenzione Reguzzoni è scomparsa con il suo primo firmatario poco alla volta – ha detto riferendosi a Marco Reguzzoni – scomparso il personaggio sono scomparse anche le sue idee. La puzza di ideologia che c’era dietro l’ha azzoppata. Blini non voleva ideologizzare le masse ma rendere protagonisti i giovani: la nostra conflittualità ha ucciso anche quel seme».

Paolo Rossi di Manifattura Cittadina, che ha sostituito la dimissionaria Marta Tosi in consiglio: «Le colpe dell’amministrazione sembrano troppo sfumate. Perchè non è stata portata la convenzione in consiglio per la sede? Mancano gli atti politici conseguenti. Ballano comunque i 200 mila euro della dotazione dati dalla Provincia, soldi pubblici». Per la leghista Isabella Tovaglieri la colpa è da imputare «alle cambiate condizioni che non hanno permesso di poter dare seguito a convenzione». Per Cirigliano, però, il problema sono i fatti e gli atti: «La fondazione non fa piu nulla da tempo. Non è una questione di nome ma di quanto è stato fatto – e poi ha puntato il dito verso la maggioranza – Voi l’avete voluta, voi avete governato sia in comune che in provincia e adesso accampate scuse. Qui ci sono scelte fatte 7 anni fa e non piu portate avanti».

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In sostanza tutti hanno un colpevole da indicare ma ancora non è chiaro chi ha deciso di far morire una fondazione che – ancora nel 2013 – l’allora assessore alla partita Ivo Azzimonti sosteneva non dovesse morire ma ripartire, nonostante l’allora direttore Matteo Tosi (che si era appena auto-sospeso lo stipendio). Forse l’unica risposta a questa domanda non può arrivare dai politici che la vollero, ci entrarono, la osatcolarono e la lasciarono agonizzare. Fino ad oggi.

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Pubblicato il 26 Novembre 2014
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