Le strade di Fim e Fiom si divaricano sempre di più
Intervista a Mario Ballante, segretario provinciale dei metalmeccanici della Cisl: «È la prospettiva che ci divide: noi sul Jobs Act facciamo dei ragionamenti per trovare delle logiche che possano funzionare nella realtà»

«Mi ha colpito il richiamo fatto dall’economista e deputato del Pd Carlo Dell’Aringa durante la serata organizzata a Varese sul Jobs Act. Un richiamo alla speranza ma anche alla necessità di dare la scossa a un Paese che non cresce da vent’anni». Mario Ballante (foto), segretario provinciale della Fim Cisl, durante quella serata è intervenuto ribadendo l’apertura e la disponibilità al dialogo sulla riforma del mercato del lavoro voluta dal Governo Renzi.
Ballante, è evidente che quando si parla di Jobs Act tra Fim Cisl e Fiom Cgil c’è una frattura netta. Come si concilia questa divergenza sul territorio e nelle singole trattative?
«Non si concilia, anzi, in prospettiva le strade di Fim e Fiom si divaricheranno sempre di più, perché questa situazione politica ha fatto fare alla Cgil scelte sbagliate. Alla fine con la Fiom si trovano solo delle convergenze su temi specifici ma, ripeto, è la prospettiva che ci divide perché noi sul Jobs Act facciamo dei ragionamenti per trovare delle logiche che possano funzionare nella realtà che affrontiamo tutti i giorni».
C’è solo un problema di merito o anche di metodo?
«Di entrambi. Poiché il tema centrale è il cambiamento e il Governo Renzi è determinato a proseguire su questa strada, il sindacato, per essere un interlocutore positivo, deve riuscire a dare il suo contributo che è necessario, se vuoi conseguire obiettivi generali sulla riforma. In altre parole: si puo’ cambiare limitando i danni perché il nostro contributo, fatto di esperienza e competenza, puo’ attutire gli impatti negativi del cambiamento nella quotidianità. Quando parliamo di lavoro, parliamo di persone e famiglie, quindi la prima cosa è contribuire al cambiamento avendo ben presente di cosa si sta parlando. Occorre un atteggiamento molto concreto e poco ideologico».
In questa riforma, oltre all’articolo 18, quali sono i nodi principali da sciogliere?
«Beh, c’è la questione che riguarda il pubblico impiego. Non si può pensare sempre di agire in un contesto di risorse scarse e non ci si puo’ permettere di sprecare, quindi occorre attivare e rendere produttive tutte le intelligenze. Nessuno puo’ pensare di passare indenne dal cambiamento, perché va ripensato il sistema nel suo complesso. Sul welfare Dell’Aringa ha detto una cosa che condivido in tutto e per tutto: il sistema risarcitorio che ci ha caratterizzati fino ad oggi non è più sostenibile. Andrebbe invece spostato sul sostegno al lavoratore».
Si sono appena tenute le elezioni delle rsu nelle aziende del gruppo Finmeccanica. Come giudica il risultato della Fim Cisl?
«Al di là del delegato in più o in meno, la Fim in provincia di Varese in questi ultimi trent’anni è arrivata ad essere un interlocutore credibile, responsabile e rappresentativo, in altre parole è giunto a maturità. Finmeccanica si sta riorganizzando e le condizioni clientelari di cui era espressione non hanno più senso: le tutele devono essere compatibili con l’efficienza. In realtà è profondamente cambiato tutto il sistema produttivo, e non solo le aziende di Finmeccanica. Autorevoli studiosi, tra cui Giuseppe Berta, parlano di fabbriche intelligenti, reti di competenze interconnesse e competitività tra territori limitrofi. C’è una metamorfosi della struttura produttiva che va a impattare sulle trattative sindacali che negli ultimi anni sono sempre meno incentrate sulle cadenze produttive e sempre più sbilanciate sulle flessibilità. È un processo che va governato, rifiutarlo non serve a niente e a nessuno».
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