Comitato provinciale del Sì, per una democrazia che decide

Un appello firmato da tanti cittadini importanti: "Spieghiamo le affermazioni che non condividiamo della campagna del No"

Parlamento italiano

E’ il momento di muovere una forte controffensiva alla polemica politica di corto respiro che ha invaso il campo della riforma costituzionale. Noi vogliamo restare sul merito dei contenuti parlando dei cambiamenti che la riforma prepara per Istituzioni più semplici e governabili. Il muro del No è composto da partiti e movimenti che non saprebbero trovare un qualsiasi accordo per una riforma alternativa e tuttavia con loro vogliamo seriamente confrontarci. Chiariamo alcuni punti che vengono spesso contestati.

“Il governo ha avuto un peso troppo forte nella riforma”. Si dimentica che questa legislatura era nata per fare le riforme, che erano state Camera e Senato a chiedere al governo, con amplissima maggioranza, di presentare un disegno di legge di revisione della Costituzione, che il lavoro del Parlamento è durato più di due anni, che la riforma è diversa dal progetto iniziale per effetto di moltissimi emendamenti.

“Pericolo di una svolta autoritaria”. Affermazione risibile. Gli stessi 57 costituzionalisti per il No affermano “Non siamo fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento di principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo”.

“Concentrazione di poteri a Palazzo Chigi”. La riforma non cambia nulla, il presidente del Consiglio non potrà nominare e licenziare i ministri né chiedere lo scioglimento del Parlamento. Tutti poteri, questi, che restano di esclusiva competenza del presidente della Repubblica che potrà essere eletto solo con una maggioranza più larga di quella oggi richiesta (dal quarto scrutinio in poi il 60% anziché il 50% di oggi quando il partito o la lista vincente avrà al massimo il 54%).

“Diminuisce la partecipazione popolare”. In realtà accade il contrario. Il quorum di validità del referendum abrogativo, se si raccolgono 800.000 firme, si abbassa al 50% degli elettori alle ultime elezioni. Nella situazione odierna si potrebbe abrogare una legge con il 35% dei votanti. In più viene introdotto il referendum propositivo e le leggi di iniziativa popolare, con un aumento delle firme, arriveranno obbligatoriamente alla discussione parlamentare, evento successo una volta sola in 70 anni di repubblica.

“Le Regioni sono più deboli”. Le Regioni formeranno il Senato dove si decideranno le sorti delle Autonomie Locali come in un vero Stato regionalista. Si farà chiarezza sulle competenze regionali che rimangono forti mentre se ne riportano alcune, di carattere nazionale, in capo allo Stato. Anzi, le Regioni virtuose con i conti in regola potranno ottenere maggiore autonomia.

“La legge elettorale va cambiata”. Non è argomento sottoposto a referendum ma il nesso è innegabile. L’obiettivo, anche in caso di modifiche, deve restare quello di una salda governabilità che favorisca l’approvazione e l’attuazione delle politiche economiche e sociali che servono allo sviluppo del Paese.
La riforma vuole dare più efficienza alle Istituzioni, restringere le lungaggini che causano compromessi dannosi, ridurre i costi politici e burocratici, rendere più trasparente la vita istituzionale.

Giuseppe Adamoli, coordinatore. 


Silvio Aimetti, Paolo Balduzzi, Mariuccio Bianchi, Maniglio Botti, Massimo Brugnone, Giacomo Buonanno, Roberto Caielli, Leonardo Calzeroni, Carlo Frigerio, Davide Galimberti, Michele Graglia, Jane Imen, Nando Lignano, Rossella Locatelli, Gianni Lucchina, Samanta Mazzola, Alfonso Minonzio, Flaminia Nicora, Eugenio Paganini, Fabio Passera, Luca Radice, Gianandrea Redaelli, Annalisa Renoldi, Vincenzo Salvatore, Margherita Silvestrini, Stefano Tosi, Matteo Turri, Paolo Valenzano, Tommaso Valle, Gunnar Vincenzi, Walter Picco Bellazzi, Giuseppe Zamberletti, Angelo Zappoli.

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Pubblicato il 24 Ottobre 2016
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