Gli albori del folk rock: Unhalfbricking
La terza tappa di una nuova rubrica di recensioni che racconterà i principali LP usciti 50 anni fa
3 – L’Inghilterra non aveva avuto un Bob Dylan che, irritando i puristi, aveva “attaccato la spina” alla sua musica: l’unione del rock alla musica popolare – che ovviamente anziché country rock si sarebbe chiamata folk rock – avvenne per strade diverse. Non a caso i suoi primi alfieri, i grandi Fairport Convention, erano nati come una sorta di Jefferson Airplane inglesi: doppio cantante uomo-donna, grande chitarrista elettrico, gruppo a sei… Nell’estate del 1969 erano arrivati al terzo disco e avevano oramai una loro identità ben precisa.
Non che Dylan non c’entrasse: in quel periodo c’erano in giro i suoi agenti a proporre i suoi inediti, e in questo disco su otto pezzi tre sono suoi, ma con un’interpretazione originale, sino a tradurre e cantare in francese (chissà poi perché…) If you gotta go, go now. E in tre pezzi vi è da notare l’ospitata del violinista Dave Swarbrick del quale riparleremo prima di fine anno perché diventerà un loro membro fondamentale. Disco molto affascinante, che non ha perso nulla in cinquant’anni, con pezzi stupendi come Genesis Hall, Autopsy o Who knows where the time goes, diventata quest’ultima un classico da molte cover.
Curiosità: non mettetevi a googleare cercando la traduzione del titolo. I Fairport, nelle lunghe trasferte per suonare, facevano spesso un gioco chiamato Ghost che consiste nel creare, aggiungendo un pezzo alla volta, la parola più lunga senza un senso: questa la trovò Sandy, i cui genitori sono i due nella foto di copertina con la band sullo sfondo nel giardino della loro casa.
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