
Appalti in ospedale, non fu truffa ai danni dello Stato
Assolti tutti gli imputati dal reato principale mentre per altre contestazioni è arrivata la prescrizione. Dissequestrati 2,5 milioni alla Prima Vera

Si è chiuso con l’assoluzione per Paolo Puricelli, Massimo Brambilla e Marco Mattei il processo per truffa ai danni dello Stato scaturito dall’indagine della Procura di Busto Arsizio sui presunti costi gonfiati da parte della società Prima Vera di Domenico Catanese (per i quali era già stato deciso a luglio il non luogo a procedere), società incaricata della manutenzione delle apparecchiature elettromedicali dell’ospedale Sant’Antonio Abate di Gallarate. Per gli altri reati, invece, è scattata la prescrizione.

L’indagine risale al 2015 e aveva portato alla luce l’ipotesi di una fraudolenta maggiorazione del valore dei beni elettromedicali oggetto della convenzione. Secondo la Procura (che era partita da una denuncia di un esponente del Movimento 5 Stelle) la società in questione avrebbe conseguito proventi maggiorati ingiustificati con conseguente danno economico, sia per l’azienda ospedaliera appaltante, sia per l’intero sistema sanitario regionale.
Il tutto sarebbe stato fatto grazie alla compiacenza di un funzionario dell’ospedale di Gallarate che avrebbe sopravvalutato la maggior parte dei beni oggetto di convenzione, sia includendo beni addirittura non risultanti tra i cespiti dell’azienda ospedaliera, sia continuando a conteggiare beni non più utilizzati e già dismessi.
La complessa attività di analisi ipotizzava che beni per 15,5 milioni di euro avessero avuto un valore di 36 milioni di euro. Di conseguenza, il canone annuale di convenzionamento sarebbe stato sopravvalutato creando un danno (tra il 2010 e il 2014) di 2,5 milioni di euro che furono sequestrati alla Prima Vera.
Da quanto emerso durante il dibattimento (e da un procedimento civile parallelo che rivide quell’inventario non ravvisando alcuna irregolarità) in realtà le cose non stavano così e, da una più attenta analisi dell’inventario, è emerso che non ci fu alcuna truffa. Il collegio presieduto dal giudice Ferrazzi ha stabilito che i 2,5 milioni di euro sottoposti a sequestro possono tornare alla Prima Vera Spa.
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