Il Novecento inglese nelle canzoni dei Kinks
La vita di un posatore di moquette nel declino di un formidabile impero
Il miglior narratore dell’Inghilterra di allora restava Ray Davies coi suoi Kinks: chi altro avrebbe sottotitolato un disco “declino e caduta dell’Impero Britannico”? Ovviamente lo faceva con il suo solito stile ironico – non è un saggio storico-sociologico – andando a descrivere situazioni e personaggi tipici di allora e più in generale del Novecento. Normale allora partire dagli splendori della regina Vittoria, arrivare a Churchill, metterci una splendida ballata antimilitarista (Some mother’s son), ed arrivare alle privazioni dell’immediato dopoguerra, dove alla gente comune non rimane che il sogno di assomigliare alla vita degli aristocratici comperando un cappello simile al loro. E la vecchiaia saranno i figli che emigrano in Australia a cercare di meglio, ed una casa modesta chiamata con enfasi Shangri-la. La musica? Il loro pop-rock, ma con qualche ritorno a quei riff formidabili che li avevano resi famosi agli inizi e che li trasformeranno di lì a poco a delle stars in USA: il divieto ad esibirsi lì (per cattiva condotta) viene proprio revocato nel ’69, e a fine anno ci tornano in tour, preparando il successo di Lola dell’anno successivo…
Curiosità: l’Arthur del titolo, posatore di moquette, è ovviamente il cittadino inglese qualsiasi. In realtà Ray si ispirò al marito di sua sorella Rose, che si chiamava davvero Arthur, e che con lei era emigrato proprio in Australia: già in passato – su Face to face – aveva dedicato a loro “Rosie won’t you please come home”.
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