L’esilio dei Rolling Stones
Scappavano da un fisco piuttosto vorace
C’è chi ha scritto che con questo disco gli Stones hanno chiuso, sbattendola, la porta degli anni ’60: di certo è quello che chiude la loro Golden Era iniziata con Beggars, e secondo molti il loro disco migliore in assoluto. Questa la genesi: oppressi dal fisco i nostri scelgono un doratissimo esilio in Costa Azzurra e lì trasferiscono la numerosa tribù. Il centro di tutto è la villa di Keith – non tutti vivono lì – nella cui cantina verrà inciso il disco; le sessions si svolgono solo di notte e non sempre tutti gli Stones sono presenti, visto che pure lo stesso padrone di casa, vera anima di Exile, è spesso assente perché purtroppo oramai é completamente in preda all’eroina. Confusione quindi, che si traduce in un doppio album che rappresenta al meglio l’anima del rock pur non andando in nessun modo a solleticare i fans: la voce di Mick, vera superstar, è spesso sovrastata dagli strumenti e non ci sono gran pezzi da singolo come nei dischi precedenti. Disco non per neofiti, quindi, che necessita di tempo per essere assimilato. E fu così anche per la critica, che non lo accolse particolarmente bene, e solo nel tempo ne scoprì la grandezza. Vedremo come poi cambiarono le cose, ma intanto godetevi questo capolavoro.
Curiosità: come già detto l’esilio degli Stones era di carattere fiscale, per sfuggire all’ingordo tax system inglese. Ma a quanto ammontavano le aliquote che il Primo Ministro Harold Wilson – citato per lo stesso motivo da George Harrison in Taxman – aveva stabilito per i contribuenti più facoltosi? Era un meccanismo a fasce con aliquote diverse anche per lo stesso patrimonio, ma la fascia più alta arrivava ad un incredibile 98%!!!
La rubrica 50 anni fa la musica
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