Il ricordo del cardinal Martini, a dieci anni dalla scomparsa a Gallarate
Il 31 agosto 2012 moriva all'istituto Aloisianum di Gallarate Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1981 al 2002. Uomo di dialogo, attenzione alla Parola, apertura alla carità
Uomo del dialogo, dello studio della parola di Dio, pronto ad attraversare la città degli uomini: così viene ricordato oggi Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, scomparso dieci anni fa, il 31 agosto 2012.
Gli ultimissimi anni della sua vita li aveva vissuti a Gallarate, la città dove – da giovane gesuita – aveva studiato, all’istituto Aloisianum, dove avveniva la formazione universitaria dei fratelli e dei padri della Compagnia di Gesù.
Martini fu nominato arcivescovo di Milano da Giovanni Paolo II, si dice in modo un po’ inaspettato. La città a capo di una delle più popolose diocesi del mondo stava attraversando un periodo ancora complesso e di grande trasformazione, dove le grandi lotte politiche e gli ultimi colpi del terrorismo lasciavano lentamente spazio all’edonismo individualista, alla “Milano da bere”.
In quella città in trasformazione Martini portò la chiesa ambrosiana al rapporto diretto con la Bibbia e del Vangelo, con la Scuola della parola, le meditazioni attraverso il metodo della Lectio Divina. Ma si pose subito anche come uomo del dialogo, facendosi mediatore dentro alla storia (l’ultimo nucleo delle Brigate Rosse milanesi consegnarono a lui, in un borsone, le proprie armi, come gesto di chiusura della lotta armata): a ottobre 1987 iniziò l’esperienza della ‘Cattedra dei non credenti’, nel confronto anche con le altre sensibilità e filosofie, aperta a tutti gli uomini di buona volontà. Accanto alla parola, la carità, con l’attenzione al mondo carcerario e la nascita della Casa della Carità, nuovo capitolo della lunga tradizione del cattolicesimo lombardo.
Dagli anni Novanta affrontò con più urgenza la trasformazione di Milano in realtà multietnica e con pluralità religiosa. «Attraversate la città contemporanea – diceva Martini in uno degli ultimi suoi discorsi – con il desiderio di ascoltarla, di comprenderla, senza schemi riduttivi e senza paure ingiustificate, sapendo che insieme è possibile conoscerla nella sua varietà diversificata, nelle rete di amicizie e di incontri, nella collaborazione tra i gruppi e le istituzioni. Favorite i rapporti tra persone che sono diverse per storia, per provenienza, per formazione culturale e religiose». Uno sforzo che deve passare – avvertiva – da «una reale integrazione fra culture e realtà umane, senza fermarsi ad occasioni sporadiche, ma realizzando esperienze costanti di apertura e di accoglienza verso rinnovate integrazioni ecclesiali e sociali».

Martini fu sempre attento al dialogo anche con l’Islam, anche nei suoi ultimi anni di vita a Gallarate, dopo l’esperienza a Gerusalemme, nel decennio dopo l’11 settembre che pareva scivolare verso la contrapposizione irriducibile tra Occidente e Islam. Una delle poche occasioni pubbliche in cui l’arcivescovo emerito intervenne in città fu la mostra delle Acli dedicata ai “giusti dell’Islam” musulmani che salvarono ebrei (mostra allestita in collaborazione con la comunità musulmana locale, nel 2010, nelle foto).
Erano gli ultimi anni della sua esistenza terrena, tra le ombrose stanze e i rigogliosi roseti dell’Aloisianum di Gallarate, dove ha vissuto insieme agli altri anziani fratelli e padri gesuiti.
La chiesa ambrosiana ha fatto memoria del cardinal Martini insieme agli altri arcivescovi scomparsi nell’ultimo secolo, nella data del beato Ildefonso Schuster.
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