Gli Yes sulla riva del fiume
Il gruppo di Jon Anderson si confermava uno dei migliori del prog
«Noi non ci stiamo muovendo in cerchio, ci stiamo muovendo verso l’alto. Il percorso è a spirale; noi siamo già saliti attraverso molti scalini». Queste frasi dal Siddharta di Herman Hesse, e il libro più in generale, sembra siano quelle che ispirarono Jon Anderson nella creazione della lunga suite che dà il nome a questo quinto disco degli Yes.
E, a livello personale, le trovo indicative del loro ruolo nel prog: semplificando molto i Genesis erano i romantici, i King Crimson cerebrali, i VDGG dark e gli Yes celestiali. Close to the edge è un bellissimo disco, tuttora il mio preferito fra i loro. Il gruppo ci era arrivato dopo che Fragile aveva loro dato il successo internazionale: negli Stati Uniti Roundabout era entrato nei favori delle radio FM e questo aveva fatto la differenza.
Comprendeva solo tre pezzi, e la parte del leone la faceva l’omonima suite che copriva interamente il lato A; il B era diviso equamente tra And You And I, di sapore quasi folk rock, e Siberian Kathru che invece era più tirata. Musica indubbiamente complessa, che rendeva complicata la coesione del gruppo, tanto che il grande batterista Bill Bruford li lasciò senza nemmeno prendere parte al tour: come vedremo finirà nei King Crimson. Un caposaldo del prog.
Curiosità: la misteriosa frase “Close to the edge, down by the river” – coniugata in diversi modi lungo il testo – fu creata da Steve Howe, che tempo prima abitava a Battersea, proprio sulla riva del Tamigi. Apparentemente un giochino, ma la metafora dello scorrimento del fiume ci stava.
La rubrica 50 anni fa la musica
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