La casa sulla collina degli Audience
Non ebbero una gran carriera, ma questo disco è splendido
In un salotto anni ’30 un’elegante lady in poltrona incontra un giovane col cappello in mano, ma aprendo la copertina si vede che sul retro il maggiordomo sta trascinando via un cadavere… A quelli dell’agenzia Hipgnosis (la mucca dei Floyd, le sfere dei Nice…) va riconosciuto di essere entrati nel nostro immaginario al pari della musica: qui si erano un po’ ispirati alla title track, che parla di una casa sulla collina dove il Re Topo prende le sembianze di donna per attirare giovani e poi divorarli. Gli Audience avevano una formazione abbastanza simile ai Mark-Almond, basata su un cantante e chitarrista acustico, Howard Werth, e un sassofonista e flautista, Keith Gemmel, con la differenza che, oltre al basso, là c’erano le tastiere e qui la batteria. Ma niente chitarre elettriche. Quindi atmosfere classy e soffuse? Tutt’altro: in questo disco c’è anche una grinta simile a quella che abbiamo visto in Aqualung dei Jethro. Difficile spiegare il tipo preciso di musica, come spesso accadeva nel prog: certamente meglio ascoltarlo, soprattutto in dischi come questo che senz’altro ne valgono la pena. Erano al terzo album, ed a essere sinceri questo fu proprio di livello superiore a tutto il resto, e davvero, anche se non diventarono famosissimi, è un disco da conoscere.
Curiosità: tempo dopo, ci fu un tentativo di riformare i Doors – incidevano per la Elektra che era anche la casa americana degli Audience – che in tre combinavano davvero poco. A prendere il posto di Jim Morrison fu chiamato proprio Howard Werth, ma dopo un po’ di prove il progetto naufragò. Restò solo qualche sua collaborazione con Ray Manzarek nei suoi album solisti.
La rubrica 50 anni fa la musica
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