Svuotavano l’impresa degli utili, scoperta maxi-truffa

In manette due imprenditori, marito e moglie, che avevano creato un buco da quasi 5 milioni di euro spostando i crediti in una nuova società fasulla. Le Fiamme Gialle hanno ricostruito la documentazione triturata per nascondere le prove

Il concetto seguito dalla Guardia di Finanza è quello di battere finchè è caldo tanto da chiamare l’operazione "Ferro battuto". Così hanno fatto gli uomini della compagnia di Busto Arsizio, guidati dal capitano Diego Serra in collaborazione con la tenenza di Tradate con a capo il tenente Vittoria Scialanca, hanno portato alla luce una maxi-truffa ai danni dello Stato e dei creditori da parte di due soggetti titolari di un’impresa specializzata in posa di armature in ferro per l’edilizia. A.A. Di anni 40 e D.L.M.S., di anni 42, sono finiti in manette con l’accusa di aver fatto lievitare il passivo fallimentare della loro società, denominata Macfer, a 4,5 milioni di euro e di aver distratto una somma per 1 milione di euro a fini personali.

L’idea della truffa, che ha portato alla denuncia di altre 4 persone che hanno collaborato alla sua attuazione, è semplice quanto efficace: svuotare dei crediti l’impresa già avviata al fallimento per spostarli in una nuova società fittizia (la Ferro Italia srl) e continuare a creare nuove società facendo fallire la precedente e spostare i soldi in quella successiva. Ad accorgersi che qualcosa non andava è stato proprio il curatore fallimentare della prima società, la Macfer, il quale ha segnalato il fatto alla Guardia di Finanza che, da quel momento, ha cominciato ad indagare fino alla scoperta della Ferro Italia, una società che aveva sede allo stesso indirizzo di quella vecchia. In questo modo si è scoperto che la vecchia società acquistava materiale, indebitandosi, mentre quella nuova la rivendeva incassando i ricavi. Il secondo passo era quello di far fallire, nuovamente, la società rimasta per crearne un’altra alla stessa maniera.

Questo gioco, aiutato anche dalla compiacenza di due imprenditori che emettevano false fatturazioni e da due dipendenti della società iniziale che venivano riassunti in quella nuova come amministratori, ha fruttato alla coppia qualcosa come 1 milione di euro, versati tutti su di un conto mentre, mano a mano, venivano chiusi gli altri. Il lavoro della Guardia di Finanza è stato complesso ed è durato 18 mesi: sei mesi sono stati dedicati solo alla ricostruzione dei documenti triturati dai due arrestati per nascondere le prove della truffa ma, per inchiodare i responsabili, si sono rese necessarie anche le intercettazioni. Alla tenenza di Saronno il compito di ricostruire l’evasione fiscale che consiste in 5 milioni di euro di ricavi non dichiarati, 1 milione di euro l’evasione dell’Iva e 200 mila euro di Irap non pagata. L’impresa aveva sede in Samarate ma i due proprietari, marito e moglie, sono residenti in provincia di Como. I risultati della complessa indagine sono stati presentati questa mattina, venerdì, in procura a Busto Arsizio alla presenza del procuratore generale Francesco Dettori, del comandante provinciale Antonino Maggiore e del sostituto procuratore titolare dell’inchiesta Sabrina Ditaranto che ha voluto dare merito al collega Luca Gaglio che ha iniziato l’indagine.

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Pubblicato il 05 Novembre 2010
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