Olimpiadi: luci e ombre
20 Agosto 2021
Egr. Direttore,
Preciso subito che ad avere un atteggiamento critico sulle Olimpiadi appena terminate e che hanno suscitato grande entusiasmo nella pubblica opinione con una buona dose di retorica patriottica, si rischia di passare per pazzi. Ma qualcosa bisogna pur dire.
La prima cosa che va sottolineata è che alle olimpiadi partecipano migliaia di atleti che per 4 anni si sono super-allenati per questo appuntamento in maniera spasmodica e che provoca nei vincitori, la piccola minoranza, grande entusiasmo, mentre la grande maggioranza torna a casa sconfortata, frustrata, amareggiata al punto tale che qualcuno potrebbe definire le Olimpiadi la fabbrica della delusione,
quella che i mass media di solito non raccontano.
Poi ci sono atleti che, caricati di immense responsabilità di prestazione, crollano sul piano psicologico prima di scendere in pista, come è successo a quella atleta americana impegnata nella ginnastica artistica, che ha dovuto rinunciare all’ultimo momento a quasi tutte le gare. C’è da domandarsi se sia giusto programmare gare per le quali gli atleti rischiano di ammalarsi.
Infine c’è l’aspetto della “Vittoria” di chi arriva primo, l’esaltazione della competitività, molto simile alle vittorie militari e che richiama in maniera inequivocabile le guerre. Pochi sanno che l’avvento del cristianesimo ebbe un’influenza determinante sul declino dei Giochi e la loro estinzione. Don Sergio, ex parroco di Corgeno che sulle origini delle olimpiadi mi ha inviato una precisa ricerca, ci ricorda che quando il cristianesimo si diffuse nell’Impero Romano, diversi filosofi cristiani, palesarono la loro avversione per le celebrazioni dei riti pagani e la loro repulsione si manifestò in modo particolare nei confronti dell’agonismo perché questo era in contraddizione con il messaggio di fraternità dell’Evangelo, qualcosa di immorale, contrario alla virtù dell’umiltà, all’invito evangelico di occupare gli ultimi posti, di stare dalla parte degli ultimi.
I Padri della Chiesa, come per esempio Sant. Ambrogio, in numerosi scritti esortavano i cristiani a resistere alle infatuazioni di questi giochi super competitivi contrari al principio della solidarietà e della amicizia. Fu così che per mille anni i giochi olimpici furono vietati e sospesi dal 393 d.c. per poi riprendere solo nel 1896. Siamo un po’ tutti accecati dalla competitività, che è il supremo valore del mercato, se persino don Marco Pozza, che passa ahinoi per essere un autorevole esponente del mondo cattolico, è arrivato a contestare la medaglia condivisa del salto in alto, in cui a prevalere era stato il valore dell’amicizia che secondo lui contrastava con il valore della competizione, non rendendosi conto che é proprio la competizione tra Stati che ha prodotto il più grande cambiamento climatico che rischia di rendere invivibile la nostra Terra e di portare nuove forme di ingiustizia alle popolazioni più povere.
C’é comunque un aspetto positivo uscito da queste olimpiadi: abbiano scoperto di essere diventati multietnici a nostra insaputa, con tutti questi atleti di colore che sventolano il nostro tricolore, in barba ai nostri incalliti seminatori di odio che, per raccattare qualche spicciolo di voto, usano il loro no allo “Ius soli” nel tentativo di fermare la storia dell’umanità.
Quali considerazioni trarre dopo questa riflessione? Non quella di abolire lo sport o le olimpiadi, (arduo compito che lascio a don Sergio) ma certamente quello di chiedere ai mass media di raccontare tutti gli aspetti della competizione, magari valorizzando anche i perdenti che sono la maggioranza, anche perché senza i perdenti non ci sarebbe nessun vincente. Se qualcuno asserisce che lo sport può essere maestro di vita, compito di tutti è quello di attenuare quelle forme esasperate di contrapposizioni, dove si rischia che lo sport possa diventare sorgente di odio.
Non sarà certamente un compito facile ma è l’unica strada percorribile. Solo così le olimpiadi potranno brillare di luce e si attenueranno le troppe ombre.
Emilio Vanoni Induno Olona



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