Basterebbe un panino

Per il pane una famiglia media spende almeno due euro al giorno. E lo fa sempre, compresa la domenica. A Claudio Del Frate piace partire da qui quando ragiona sui costi dell’informazione. Fa bene a domandarsi chi la paga perché è un interrogativo centrale. Non solo per i giornalisti che sono i "produttori" e al tempo stesso gli operai, ma per tutto il sistema democratico.
Non è pensabile uno stato moderno con valori forti di libertà e uguaglianza senza una stampa libera.
Il pretesto per riprendere alcuni ragionamenti sul futuro del giornalismo è stato dato dall’avvio del giornale diretto da Luca Sofri. Il post segue l’esperienza statunitense di strumento di informazione senza produzione di nuove news. Funziona come un aggregatore che viene riarrangiato e arricchito di alcuni strumenti tipici del web quali i links, articoli correlati, gallerie di foto, video e altro.
Le preoccupazioni di Del Frate su chi poi produca le notizie sono sacrosante. Meno le sue conclusioni quando al termine della lettera afferma che "avanti di questo passo internet rischia di peggiorare sensibilmente la qualità dell’informazione".
La ragione di questa sua tesi è legata al fatto che l’online vivrebbe solo grazie alla pubblicità, e questa, alla fine,arriverebbe a condizionare pesantemente l’informazione.
È vero, ma non riguarda solo internet perché prima di questo potente strumento è stato il turno della radio, delle tv commerciali, dei tanti canali satellitari liberi, dei free press che inondano le nostre città. E poi, guardiamo bene dentro ai bilanci delle società editoriali, gli introiti delle vendite in edicola basterebbero forse appena per pagare i collaboratori esterni delle redazioni.
La questione è seria, ma vanno dette le cose come stanno: nessuno sa bene come uscirne. Quello che è certo è che la forma giornale come è stata concepita fin qui è in crisi. La carta non scomparirà affatto, ma alla fine di questo decennio avrà subito dei cambiamenti impensabili ancora oggi. Non è solo una questione economica, ma cultturale. In Italia si legge poco. Poco di tutto e a farne le spese sono soprattutto i quotidiani. Internet ha il pregio di aver aumentato in modo esponenziale il numero dei lettori. Questo è un fatto e intorno a questo occorre riflettere. Così come occorre riflettere sui diversi modi di informarsie  sulla veicolazione delle notizie. Social network, blog, forum, varie forme di chat, stanno sempre più virando da semplici mezzi per "le chiacchiere" a strumenti di informazione. Ci piaccia o meno il mondo sta andando verso questa direzione. Il giornalismo partecipativo, dove ogni cittadino può diventare protagonista della notizia, non soppianterà i "professionisti" dell’informazione, ma certamente va a modificare in modo profondo il modo di lavorare. Abbiamo tutti ancora troppa poca esperienza per fare analisi serene. Siamo in mare aperto e occorre aver coraggio di rivedere il modo di navigare altrimenti si rischia di affondare davvero tutti.
A questo punto non ha alcun senso questa sorta di guerra tra chi lavora nell’informazione online e chi lo fa su altri strumenti editoriali. Occorre valutare le diversità, ma va fatto tenendo presente il bisogno di libertà e di economicità delle imprese editoriali. Se non partiamo da qui il vecchio giornalismo va in soffitta piano piano, magari solo con piccoli traumi, ma intanto si perde un patrimonio di professionalità. La spaccatura è già presente e non a causa dell’online, ma di diverse condizioni di lavoro con diverse garanzie.
Insomma a prendersela con internet si corre il rischio di fare come chi di fronte alla malattia cura il sintomo e non le cause.
La scommessa è tutta sul piano culturale, perché sarà necessario far capire ai lettori che il nostro lavoro ha un valore anche in quanto vero servizio alla collettività. E questo servizio, se non tutta una pagnotta, varrà almeno un panino?

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Pubblicato il 21 Aprile 2010
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