Grazie a Clerici ma…
25 Gennaio 2006
Caro Direttore,
mi corre l’obbligo di rispondere a Stefano Clerici. Lo ringraziamo per aver sentito il dovere di esprimersi contro il furto della targa in onore di Calogero Marrone, ma avremmo ancora di più apprezzato la sua solidarietà, se a ciò si fosse limitato.
Vedi, Stefano, al contrario di voi, noi vogliamo tenere aperto il capitolo della Resistenza e dell’Antifascismo, della guerra di Liberazione dall’occupazione di nazisti e repubblichini, un capitolo della nostra storia che non consideriamo affatto triste, essendo in quel “capitolo” che il nostro paese si é liberato dalla dittatura ed ha varato una Costituzione assolutamente avanzata.
Tu insisti sulla definizione di “guerra civile” attribuendo a questa parola il significato di “guerra fratricida”, guerra dunque che provoca un senso di repulsione e addirittura di rimozione, guerra in cui ciascuna delle due parti aveva ragioni e torti, viltà e ferocia, buona fede ed entusiasmo, eroi e mostri, cosicché l’unico possibile esito storico sarebbe un ecumenico bagno di oblio, che cancelli eccessi, memorie, odio e furore, con finale seppellimento d’una “Resistenza” che in realtà sarebbe null’altro che il contenitore di pulsioni ideologiche nascenti dal comunismo.
Non é così. Il termine “guerra civile” va sottratto alla vulgata reducistica di chi combatté dalla parte della Rsi, vulgata che lo usa a fini “giustificazionisti” e revisionisti. Se vogliamo coglierne il significato meglio sarebbe leggere il bel libro di Claudio Pavone “Una guerra civile”, libro nel quale si colgono i tre aspetti, guerra patriottica, guerra civile e guerra di classe, tre “guerre” spesso combattute dallo stesso soggetto, riuscendo così a cogliere tutte le sfumature, attraversando una realtà storica di estrema complessità e prendendo in esame plurimi temi, l’eredità della guerra fascista, il dissolversi delle certezze istituzionali, le fedeltà e i tradimenti, il valore fondante della scelta, il rapporto fra le generazioni, l’utopia e la realtà, il nodo della violenza.
Fuori da un lavoro di ricerca come quello di Pavone, il termine va analizzato dal punto di vista del significato che il termine ha e non di quello che gli si vuole attribuire.
Si ha il verificarsi della condizione di “guerra civile” quando si realizza una frattura, con opposizione violenta, tra cittadini dello stesso organismo statuale. “Guerra civile” è una lotta armata entro il territorio dello Stato di una parte della popolazione contro un’altra parte, non contro lo Stato. Ed allora va chiarito chi fosse lo “Stato” nella situazione creatasi nell’Italia centrosettentrionale dopo l’8 settembre 1943. La Repubblica sociale italiana non era al disopra delle parti, ma era parte in causa, subordinata all’occupante nazista, e come tale ricercava, rastrellava, combatteva, uccideva i partigiani come nemici e rastrellava e deportava gli ebrei. Per farlo si serviva di una serie di formazioni armate, guardia nazionale, brigate nere, decima mas: dirette espressioni e strumenti del residuo regime fascista, che si autodefiniva “stato”. In questo caso si avrebbe, dal punto di vista della Rsi, uno scontro non civile, ma fra lo stato e dei “banditi”, come venivano definiti i Partigiani, banditi ossia fuori dallo “stato”.
Ma poiché dopo l’8 settembre il legittimo Stato italiano aveva dichiarato guerra alla Germania ed era stato riconosciuto come “cobelligerante” dagli alleati, i partigiani erano vere e proprie forze armate in territorio occupato dal nemico (tedeschi e fascisti repubblichini). Se ne deve necessariamente dedurre che la Resistenza fu un aspetto di una guerra internazionale fra Stati e non una “guerra civile”, almeno dal punto di vista tecnico-giuridico.
Che poi lo scontro abbia attraversato la società italiana, spaccando anche relazioni e storie, dividendo e portando a combattersi persone che “prima” avevano “convissuto” questo é certo vero, ma non si può non riconoscere la ragione della “frattura”, ossia il discrimine tra fascismo e antifascismo, tra difesa della dittatura e lotta per la libertà, come non si può sottrarre lo scontro che allora avvenne al contesto storico e al suo contenuto essenziale: l’esistenza di una parte giusta e di una ingiusta.
La lotta di Liberazione prima e la Costituzione poi hanno deciso una volta per tutte la vittoria della democrazia e la sconfitta del fascismo.
Fra le opposte posizioni di Salò e della Resistenza non c’è conciliazione possibile, non c’è riconciliazione postuma, non c’è un “oltre” ove andare. Il fascismo e l’antifascismo non possono essere posti sullo stesso piano: di conseguenza, sia sul piano politico-morale, sia rispetto ai comportamenti anche personali, fascisti ed antifascisti non erano e non sono affatto uguali.
Noi vogliamo ricordare, mantenere viva la memoria, non come racconto di episodio storico da tramandare, ma come attualità di contenuti, su cui mettere a verifica il presente e progettare il futuro.
Per questo abbiamo voluto e messo la targa a Calogero Marrone, perché la sua morte non fu frutto di accidente o “malvagità”, ma fu l’esito di uno scontro, che lo vedeva partecipe, tra libertà e totalitarismo razzista, tra antifascismo e nazifascismo.
Da questo la definizione di “fascista” per il gesto compiuto contro questo piccolo simbolo di memoria: posso convenire che il termine fascista sia stato usato come spregiativo, prima che come definizione ideologica, mentre tu sembri ad attribuirgli un significato che esclude comportamenti da “decerebrato”, quindi attribuendogli comportamenti coscienti, valoriali. La storia, anche la nostra piccola storia locale, i piccoli comportamenti di piccoli esponenti istituzionali, ci richiama a prestare attenzione alle radici ed ai riferimenti culturali di chi “revisiona” o nega la memoria, la memoria della Resistenza come la memoria dell’Olocausto. Ed innegabilmente queste radici, questi riferimenti sono fascisti e razzisti.
In conclusione, premesso che non sono né Segretario né tesoriere di Rifondazione, cogliamo con simpatia l’offerta di aiuto economico ed ti invitiamo a devolvere la cifra che tu vorrai all’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani, che la utilizzerà per iniziative di formazione ed educazione delle giovani generazioni ai valori ed alla storia dell’Antifascismo.
E’ l’Amministrazione Comunale che deve riparare al danno: non quello economico nostro, davvero poca cosa, ma quello inferto alla memoria della nostra città.
Apprezzando comunque la tua solidarietà,



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