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Paralipomeni sui moti del ’98

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8 Settembre 2005

Egregio direttore,

essendo autore di un saggio sui moti del ’98, intitolato “Cannonate a Milano”, Edi-zioni Colibrì, Paderno Dugnano, 1998, Le chiedo di ospitare, anche al fine di liquida-re le penose mistificazioni degli epigoni di Bava Beccaris e di Umberto I, i seguenti paralipomeni su un argomento storico che è di capitale importanza per comprendere: 1) la dinamica della lotta di classe tra la fine dell’’800 e l’inizio del ’900; 2) le pre-messe storiche della controrivoluzione fascista; 3) la centralità di Milano quale capi-tale delle rivoluzioni democratiche e proletarie del secolo XIX (Cinque giornate del 1848, insurrezione mazziniana dei ‘barabba’ del 1853, Quattro giornate del 1898).
A Milano, la ‘capitale morale’ d’Italia, la città dove si è compiuto il passaggio dalla manifattura all’industria e dove nel 1891 è stata costituita la prima Camera del Lavo-ro, un vasto fronte che comprende, oltre al popolo, anche quei gruppi borghesi che vedono nel protezionismo una camicia di forza per i loro interessi di esportatori, scende in lotta non solo per il pane ma contro un governo autoritario, colonialista, militarista e fiscalmente oppressivo.
In questa succinta ricostruzione parto da domenica 8 maggio 1898, quando, a due giorni dall’inizio dell’insurrezione, le fabbriche che avrebbero dovuto riaprire conti-nuano a restare chiuse (a quel tempo non esisteva il riposo festivo, che sarà istituito solo nel 1907). Le sedi della stampa legata alle organizzazioni operaie e ai cattolici intransigenti, come «L’Italia del popolo», «Il Secolo», «La Lotta di Classe» e «L’Osservatore Cattolico» erano state perquisite il giorno prima e i redattori arrestati; perciò, la mattina di domenica i quotidiani non escono, tranne il «Corriere della Sera» e «La Perseveranza» (indicati dal popolo come “serve” e “panza”) e la «Lega Lom-barda», organo dei cattolici moderati. Proprio in questa giornata la repressione di-venta, se possibile, ancora più cruenta.
A Porta Ticinese e a Porta Garibaldi i cannoni sparano a mitraglia sulla gente. Si tratta di interventi senza alcuna giustificazione militare, che utilizzano la ‘strategia della tensione e del terrore’ per innestare sulla psicosi del piano insurrezionale attri-buito ai repubblicani e ai socialisti il piano reazionario, preparato di lunga mano dal blocco dominante (borghesia, corte, esercito), che mira ad attuare il colpo di Stato. Torelli Viollier, direttore del «Corriere della Sera» e portavoce dei settori della bor-ghesia imprenditoriale del nord che si opponevano alla politica del governo, riassume il senso vero di tale politica con queste parole, che gli costeranno il licenziamento: «Siamo dunque in pieno colpo di Stato fatto a beneficio della borghesia contro il po-polo, ossia di una classe contro un’altra, dell’oppressore contro l’oppresso».
Il cannone tuona per tutta la giornata, gli attacchi alle barricate sono incessanti. Mentre si fa notte e ai 20.000 soldati già impegnati nella repressione si aggiungono i rinforzi richiamati da altre località, Di Rudinì invia al generale Bava Beccaris questo telegramma: «Dalla quiete di Milano da Lei così prontamente ristabilita dipende la quiete di tutto il Regno».
La mattina del 9 maggio “l’ordine regna a Milano”. In una Milano, le cui strade e le cui piazze sono bagnate dal sangue dei proletari (tra la forza pubblica si contano solo due morti: un poliziotto colpito per errore dal fuoco dei commilitoni e un soldato fatto fucilare per disobbedienza). Il governo ha imposto la riapertura delle fabbriche, ma il generale Bava non ritiene che sia ancora il momento di autorizzare la ripresa del lavoro. Mentre i lavoratori trovano i cancelli della fabbriche chiusi, ci sono ancora sporadici conflitti tra i proletari e i soldati. Tuttavia, il ‘clou’ della giornata è il can-noneggiamento del convento dei cappuccini di Porta Monforte,cui assiste lo stesso generale Bava, convinto di trovare all’interno dell’edificio sia i cinquecento studenti di Pavia, Padova, Torino e altre università, sia le bande organizzate di saccheggiatori provenienti dalle vicine campagne, sul cui arrivo a Milano avevano favoleggiato i giornali. Con quelle bande immaginarie i soldati, durante la mattinata, fra Porta Tici-nese e Porta Vittoria, hanno sostenuto per ben quattro ore, senza scorgere un solo nemico, un furibondo conflitto a fuoco. Aperta nel muro di cinta del convento una breccia più larga di quella di Porta Pia, i difensori delle istituzioni si trovano davanti (e li arrestano) soltanto ventotto frati e una quarantina di mendicanti in attesa della ciotola di minestra.
Finita la mattanza condotta dal potere esecutivo (questura ed esercito), ha inizio quella del potere giudiziario (tribunali militari) che deve fornire, secondo la finzione borghese della divisione dei poteri, l’opportuna copertura all’operato dell’esecutivo. Se soldati e poliziotti hanno causato, secondo le cifre ufficiali, palesemente sottosti-mate, 80 morti e 450 feriti fra la popolazione (ma un calcolo reale indica 400 morti e un migliaio di feriti), i giudici in spada e speroni nella sola Milano infliggono agli 828 imputati, nei 129 processi che vengono celebrati, oltre 14 secoli di galera, con-dannando 688 di tali imputati, un terzo dei quali è rappresentato da minorenni. La re-pressione colpisce, assieme a centinaia di lavoratori, esponenti socialisti, anarchici, repubblicani e cattolici intransigenti come don Albertario. Un mese dopo il ‘re buo-no’, Umberto I, premierà il generale Bava Beccaris con la Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia per il servizio reso «alle istituzioni e alla civiltà».
L’insurrezione senza capi e senza armi è stata stroncata con la prima ‘strage di Stato’ dell’Italia moderna.
Dopo la sconfitta parlamentare della politica reazionaria che il governo Pelloux, succeduto a quello di Rudinì, ha cercato di attuare mediante le ‘leggi eccezionali’ del 1899, la borghesia rinuncia al tentativo, fino ad allora tenacemente perseguito, di rea-lizzare un colpo di Stato e, costretta dai rapporti di forza obiettivi, cambia spalla al suo fucile. Preceduto da un governo di transizione qual era il governo Saracco (du-rante il quale si ebbe il massiccio sciopero generale del porto di Genova), si forma così il governo della sinistra liberale di Zanardelli, che costituisce il prologo dell’età giolittiana: il 15 giugno 1901 il gruppo socialista vota alla Camera la sua fiducia a tale governo.
Ma il suggello alla crisi di fine secolo viene posto, un mese dopo, da Gaetano Bre-sci, un operaio di Prato, anarchico internazionalista emigrato negli Stati Uniti, che rientra in Italia con il proposito di vendicare i morti del ’93-’94 e del ’98 e uccide a Monza il re Umberto I. Il Bresci, che Turati, come avvocato, si rifiutò di difendere nonostante le vive preghiere che il regicida gli aveva rivolto, sarà condannato all’ergastolo e, meno di un anno dopo, sarà fisicamente soppresso nel carcere di S. Stefano.
In conclusione, i moti del ’98 si inserirono in una situazione politicamente fluida, che vedeva la borghesia impegnata nella ricerca di un’unificazione fra le sue diverse frazioni. L’avvicinamento tra la borghesia cattolica e la borghesia laica si fondava sui comuni interessi di classe, successivamente saldati nel blocco egemonizzato dal ca-pitale finanziario, e subì un’accelerazione con la ‘grande paura’ prodotta dalle insur-rezioni proletarie. Se tale ricerca assunse un carattere violentemente antipopolare e repressivo, ciò dipese, per un verso, da una crisi organica di egemonia della classe di-rigente liberale (resa più acuta dal divario crescente tra un ciclo economico espansivo e un ceto politico chiuso e privo di ricambio) e, per un altro verso, dall’intreccio fra un organico piano reazionario e quella ‘linea nera’ che più di una volta dopo l’Unità, nei momenti di maggiore tensione, è emersa sotto la difesa dei rapporti di classe della società italiana.
Per quanto riguarda le classi popolari, i moti del ’98, benché fossero stati un’insurrezione senza capi e senza armi, posero tuttavia in luce quei tratti che con-traddistinguono le grandi insurrezioni proletarie della storia moderna: l’egemonia della classe operaia; l’autonomia, giacché la classe operaia osò infrangere la propria normale subordinazione alla dinamica economica, sociale e politica del sistema capi-talistico; la generalizzazione ad altri strati sociali subalterni e ad altri territori; la radi-calità delle forme di lotta.

Eros Barone

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