Il genio senza retorica del Prete Rosso
Sabato 15, alle 21 a Villa Cagnola, suona l’Accademia Bizantina diretta da Ottavio Dantone
Antonio Vivaldi incontra in Paradiso un musico pellegrino, alter-ego del compositore veneziano, per intavolare un finto processo a le Quattro Stagioni.
Il musico pellegrino: Maestro lo sa che giù, sulla Terra, le sue Quattro Stagioni sono sonate tuttora abitualmente, come se le lei le avesse composte ieri?
Vivaldi: Le ho pubblicate nel 1725, ma questi umani sono animali rari, capaci di impietosirsi ed impietosire, così caparbi nei loro torti da trasformali quasi in ragioni. A volte non sanno quello che dicono; altre ciò che dicono è il perfetto contrario di quello che vorrebbero fare. Altre ancora ciò che fanno non corrisponde a ciò che desiderano. Mi incuriosisce questo loro attaccamento a Le Quattro Stagioni, rischiano di trasformare un capolavoro in un ninnolo.
Il musico pellegrino: Perché non è forse vero, maestro? E poi che c’è di male nel considerare un’opera un gingillo?
Vivaldi: Caro mio, mi permetta di ricordarle che i Concerti delle Stagioni sono da sempre considerati come alcune fra le composizioni più originali, stuzzicanti e ben fatte dell’intera storia della musica. E questo non lo dico io, lo affermavano già allora i miei illustri contemporanei. Amici e nemici.
Il musico pellegrino: Ne è proprio sicuro?
Vivaldi: Come, non dovrei esserlo? Insomma, non sarò Beethoven ma via, un poco di generosità e Verità, soprattutto…
Il musico pellegrino: Mi permetto di rammentarle che la sua maniera di comporre, direi altamente “precipitosa e spregiudicata”, deluse alquanto un praticante dello spartito quale era Johann Joachim Quantz. Non fu lui che nel suo metodo per flauto deplorò “la decadenza del gusto musicale in Italia” colpendo dritto al cuore lei e Tartini? “Due celebri violinisti lombardi”, scriveva dapprima lodandone le qualità per poi tirare di spada e sottolineare quanto “il suo diuturno comporre e, soprattutto, l’essersi messo a scrivere musiche vocali per il teatro” la fecero cadere “nella faciloneria e nella superficialità sia come compositore che come esecutore”. Addirittura Quantz mise in dubbio il suo equilibrio stilistico, la sua verve, il suo spleen violinistico!
Vivaldi: Bello il suo, di stile. Lui sì era un routinier delle note, un vuoto e selvaggio creatore di bugie sonore.
Il musico pellegrino: Insomma, maestro, lo ammetta: nei concerti Torelli, Corelli, Albinoni le bagnarono il naso. Non è così?
Vivaldi: No, non lo è! Arrivarono prima, ma io ne migliorai la forma, ne organizzai i contenuti sposandoli a buoni modelli, trattai l’armonia con severità ma la riempii anche di accorgimenti del tutto strategici al fine di rendere il discorso più concentrato e nello stesso tempo più libero.
Il musico pellegrino: Suvvia, lo sanno tutti che le Quattro Stagioni non rinunciano alla retorica musicale.
Vivaldi: Retorico sarà lei! In Germania, nel XV secolo, si insegnava la retorica musicale; in Italia c’erano gli italiani, che da sempre e per sempre si dimostrarono vicini all’estetica, all’espressione dei sentimenti, al descrittivismo delle emozioni come dei fenomeni naturali. Se vuole anche al “linguaggio dei suoni”, ciò che i tedeschi definivano Klangrede. In tal senso Monteverdi fu un fenomeno, se non crede a me può sempre chiedere a lui. E poi che sono questi discorsi: la musica rappresenta, racconta, canticchia, sbuffa o spiffera. La musica è un pennello invisibile.
Il musico pellegrino: Come nelle Quattro Stagioni.
Vivaldi: Appunto. Non c’è nulla di retorico, semmai la summa di un linguaggio rinnovato dove l’orchestrazione espande le sue potenzialità “aggredendo” le possibilità timbriche degli strumenti. Se vuole parlare di retorica faccia il nome di Johann Sebatian Bach, non il mio. Quel “copione” di un tedesco…
Il musico pellegrino: Su, non è il caso di offendersi. Che dire allora de “La notte”, “La Tempesta di mare” o “L’Inquietudine”?
Vivaldi: Non le dico proprio nulla, ignorante.
Il musico pellegrino: E’ sicuro non si tratti di musica “a programma”?
Vivaldi: Si tratta di musica “pura” e basta. Gli elementi “extramusicali” non hanno intaccato la sostanza formale, non hanno alterato la struttura e non hanno provocato alcuna frattura espressiva. Le Quattro Stagioni, quelle sì, presentano un “programma”. Non fosse altro per quei sonetti che accompagnano la musica tacitamente, senza declamazione o recitazione. In questo caso io gioco il ruolo di regista, muovo le parti, scelgo le scene e affido al suono, l’unico protagonista, il compito di spiegare e sollevare ciò che contengono le parole.
Il musico pellegrino: I sonetti li ha scritti lei?
Vivaldi: A questa proprio non rispondo.
Il musico pellegrino: Va bene, non si arrabbi. Mi conceda però di citarle un passo de “La Primavera”: “Giunt’è la Primavera e festosetti/La salutan gl’augei con lieto canto,/E i fonti allo spirar de’ zeffiretti/Con dolce mormorio scorrono intanto”. E’ poesia.
Vivaldi: Potrebbe esserlo, ma ora faccia in fretta, l’orchestra mi attende per le prove.
Il musico pellegrino: Le prove di che?
Vivaldi: Ma delle Quattro Stagioni, naturalmente! Non vorrà forse che il pubblico mi trovi impreparato…
Il musico pellegrino: Mi scusi maestro, ma a dirigere l’Accademia Bizantina ci sarà Ottavio Dantone.
Vivaldi: Già, e mi dicono siano bravi.
Il musico pellegrino: Molto bravi.
Vivaldi: Hey, un momento: ma il concerto non è dedicato a me?
Il musico pellegrino: Certo, ma ora lei abita su di una nuvola.
Vivaldi: Ehm, quasi me ne dimenticavo. Beh, vorrà dire che siederò tra il pubblico e prenderò appunti. Le ho mai detto che all’epoca erano particolarmente apprezzate le mie qualità di trascrittore e arrangiatore?
Il musico pellegrino: Maestro è tardi, l’aspettano…
Vivaldi: Li lasci aspettare…
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