Un arco di trionfo ricostruito

Molti anni fa ero stato un paio di giorni a Monaco di Baviera e ricordavo una scritta su di un arco di trionfo che mi aveva colpito per il suo pensoso significato, ben diversa dalle iscrizioni sulle targhe commemorative ufficiali. Non ne avevo preso nota, ma il ricordo mi frullava in capo, avevo chiesto a un cliente la cui moglie era di Monaco che, quando fosse andato a trovare i suoceri, la annotasse; ma non se ne fece nulla. Non avevo motivazioni sufficienti per fare un viaggio apposta a Monaco, anche se dovrebbero bastare irrilevanti giustificazioni per intraprendere dei viaggi che possono rivelarsi interessanti. Ricordo infatti dal film Jules e Jim di Truffaut: in un sera di inverno gli amici si trovano a vedere delle diapositive, ed una rappresenta una testa, neanche poi integra o particolarmente significativa, di statua greca appoggiata in terra in un angolo di qualche museo di un’isola sperduta. Gli amici esclamarono: ecco dove andremo nelle vacanze dell’estate prossima, a vedere questa scultura. Ho dimenticato se poi vi andarono, e comunque si tratta di particolare irrilevante nella storia del film, ma lo trovo un esempio stimolante.

Comunque nel mio recente viaggio in Germania sono passato da Monaco e ho chiesto al tassista se conosceva un arco di trionfo con una scritta; mi disse di sì, certo, e gli ho detto di portarmici. Si chiama “Siegestor”, porta della vittoria, ha tre arcate, forme e dimensioni ispirate all’arco di Costantino a Roma, regge una statua bronzea di vittoria alata che guida una quadriga, simile a quella sull’arco della pace a Milano, v’è su di una facciata la dedica “alla armata bavarese”.

Ma la scritta che mi intrigava è sull’altra faccia: “Dedicato alla vittoria, distrutto dalla guerra, monito di pace” o meglio, per rispettare la vigorosa e poetica lingua tedesca, “Dem Sieg geweiht, vom Krieg zerstoert, zum Frieden mahnend”. Che sintesi significativa, che rappresentazione di una evoluzione storica e psicologica, che ammonimento incombente. All’origine era un arco dedicato alla armata bavarese, una organizzazione intesa a far prevalere comunque le proprie argomentazioni, contro la forza la ragion non vale. Nulla ho contro le forze armate, dipende dall’uso che se ne fa. Ma che guaio quando il dialogo è lasciato alle armi. Certo che per dialogare bisogna essere in due, e quando uno è prepotente bisogna difendersi. E’ un tema articolato e importante, ma qui vi sono stato indotto di sfuggita. Tanto vale richiamare l’articolo 11 della nostra costituzione repubblicana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” Quindi l’arco era dedicato alla vittoria. Ohimè, le controversie hanno esiti incerti, si fa una guerra e i sogni, i beni, le vite, gli archi di vittoria possono venire distrutti. Distrutto dalla guerra. E allora? L’arco è stato ricostruito e tanto vale tirarne la morale, e che serva come monito ed esortazione di pace.

L’arco era stato voluto da Ludovico I di Baviera, che regnò dal 1825 al 1848. Personaggio interessante, viaggiò molto in Italia, appassionato di arte e di cultura fece di Monaco l’Atene dell’Isar. Si fece fare una strada fiancheggiata da bei palazzi, la Ludwigstrasse, che parte da una costruzione che ricorda la Loggia dei Lanzi di Firenze (in piazza della Signoria dove vi sono sculture tra cui il Perseo del Cellini) per finire appunto all’arco della vittoria, ispirato all’arco di Costantino a Roma. Ma non si occupò solo di arte: a lui è ispirata la prima ferrovia in Baviera fatta nel 1835, lo stesso anno della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici. A lui è ispirato un canale navigabile che, unendo il Danubio al Meno, collega il Mare del Nord al Mar Nero. Negli anni non proprio tranquilli socialmente e politicamente intorno al 1848 si dimostrò piuttosto reazionario, si innamorò della ballerina di origine irlandese Lola Montez, abdicò a favore del figlio Massimiliano II nel 1848, e morì ottantaduenne a Nizza. MI inquieta sempre sintetizzare una vita in pochi tratti. Il tempo decanta i concetti, si pensa che resti l’essenziale e il superfluo svanisca, ma non è poi detto che sia così. Certamente il tempo disperde eventi e memorie, e ogni generazione deve ricostruire una propria memoria e consapevolezza, e speriamo che quel che conta resti.

Torniamo alla scritta. Alcune fonti la attribuiscono a Hanns Braun, giornalista, critico teatrale, professore all’Istituto per la Scienza della Comunicazione di Monaco; altre a Wilhelm Hausenstein, storico, pubblicista e diplomatico, sempre politicamente impegnato contro il nazismo e l’antisemitismo. Non sono riuscito a dirimere la diversità di attribuzione. Mi chiedo se sia importante. La paternità svanisce, ma resta il monito per la pace.

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Pubblicato il 06 Maggio 2006
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