Formigoni e la fine del modello lombardo

Lo scontro dentro Forza Italia, l'aumento delle tasse, i ticket. Il consigliere Adamoli analizza la crisi della politica post-tangentopoli

La crisi della Regione Lombardia è nata nelle scorse settimane per ragioni soprattutto di potere e si è ricomposta (provvisoriamente) su aggiustamenti di potere fra Formigoni e i dissidenti di Forza Italia e fra i partiti di governo. Ma questa crisi ha rivelato anche i timori esistenti dentro la stessa coalizione maggioritaria per la perdita di credibilità del cosiddetto "modello lombardo", che ha introdotto tickets sanitari iniqui, che registra una serie di fallimenti sulle infrastrutture della mobilità, che predica la sussidiarietà ma fa il contrario concentrando molto potere (troppo) a Milano e sottraendolo ai Comuni e alle Province. 
In termini istituzionali, sta mostrando crepe profonde un sistema che ha puntato tutto sul comando dall’alto, sul centralismo, sul presidenzialismo esasperato, sulle istituzioni pubbliche considerate come aziende. Su questi temi sono maturi i tempi di una riflessione per tutte le forze in campo di centrodestra e di centrosinistra, cogliendo l’occasione della ripresa del dibattito sulle riforme a livello nazionale. Di fronte alla recente proposta di Berlusconi di rilanciare l’elezione diretta del Presidente della Repubblica o del Capo del Governo (come se fosse la stessa cosa!) l’Ulivo ha risposto con un no chiaro e definitivo, avanzando la sua proposta alternativa. Ora mi domando: se il treno delle riforme davvero ripartirà, avrà ricadute sulla Lombardia? E quali? La legge costituzionale del 1999 assegna alla regione il delicatissimo potere di decidere molte cose importanti fra cui la forma di governo (presidenzialista o no, per esempio) e anche il proprio sistema elettorale. Ebbene, di questo finora non si è vista neppure l’ombra per responsabilità preponderante della maggioranza. 
Devo subito dire che chi non è, come io non sono, per il presidenzialismo regionale, si sente oggi assai meno solo di due anni fa. In Lombardia vi è, come dice De Rita, una grande vitalità sociale che però non si trasforma in partecipazione politica che, al contrario, registra una riduzione allarmante. In più è sotto gli occhi di tutti la perdita di ruolo delle assemblee elettive nei comuni e nelle province e la crisi di identità profonda del Consiglio regionale. Il personalismo della politica, simboleggiato dall’elezione diretta dei vertici istituzionali, non ha niente a che fare con tutto ciò? 
Molti hanno paura che un sistema regionale che richiami il modello del cancellierato tedesco, che si è dimostrato capace di assicurare stabilità e governabilità senza sacrificare uno spazio di rappresentanza per le forze politiche, possa significare la fine dell’esperienza positiva dell’alternanza fra coalizioni diverse. Rispondo che la democrazia dell’alternanza è fuori discussione, che vige in tutta Europa, eppure il vertice viene eletto direttamente solo in Francia. 
Vi è infine da considerare che il rapporto politica-denaro, parlo naturalmente del rapporto lecito e corretto, diventa sempre più decisivo nei sistemi ad elezione diretta, che sono condizionati in misura crescente dai mezzi di comunicazione e dal potere dei media, soprattutto televisivi. Chi non li possiede, non li controlla o non ne compra l’accesso, paga un prezzo elettorale salato. So bene che su quest’ultimo argomento l’Ulivo è assai più sensibile che la Casa delle Libertà, per l’enorme potere berlusconiano in questo campo. Ma un certo ripensamento comincia a fare breccia anche dentro la coalizione di centrodestra, come ha dimostrato il dibattito sulla recente crisi regionale.

Giuseppe Adamoli.
Consigliere regionale Margherita

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Pubblicato il 17 Febbraio 2003
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