Tredici morti, più uno

Cari aficionados del post it, vi tocca: di fronte alla bulimia di informazione che ha sostenuto il caso di Besano anche qui a bottega siamo dell’idea che qualche riflessione vada fatta. Nella speranza di non urtare la suscettibilità di nessuno, a cominciare dalla famiglia del ragazzo, il cui padre, anche in un momento doloroso come questo e di fronte alla marea montante del caso, ha dimostrato che tenere la testa sulle spalle si può.

DI’ BENE LA PAROLINA…- Nell’ultimo anno e mezzo in provincia di Varese ci sono stati 14 morti ammazzati; di questi 12 non hanno avuto nulla a che spartire con extracomunitari e tantomeno con clandestini. A questo punto, chiedersi come mai la tragedia di Claudio Meggiorin abbia suscitato, lei sola, così tanto allarme, non è una domanda peregrina. A costo di essere antipatici. C’entra qualcosa che in questo caso l’omicida è un albanese? C’entra qualcosa il fatto che la vittima appartenesse all’ambiente degli ultras da stadio? Ma soprattutto: siamo davvero di fronte a un’emergenza ordine pubblico determinata dall’immigrazione clandestina, c’è davvero quella paura dominante che ci costringe, qui e ora, a stare tutti rinserrati nelle nostre abitazioni? A mente fredda, una volta calata l’onda emotiva per l’assassinio di Besano e vista la tracimazione che il caso ha avuto in sede politica, sarà bene dare una risposta a queste domande.

RAZZISTA CHI? – Chissà perché, di fronte a una banda di scalmanati che invade il centro di Varese, apre una caccia all’immigrato e finisce per pestarne uno, regolare e senza macchia, che sta tranquillamente aspettando l’autobus, la reazione è sempre la stessa. “Ma Varese non è una città razzista”. Opinione che sottoscriviamo in pieno: non ci sono più xenofobi o più skinheads che altrove, ma altrove, davanti a reazioni tanto incivili, c’è una “fascia di mezzo”, chiamatela società civile, chiamatela borghesia riflessiva, chiamatela classe dirigente, che si alza e dice: “no, non ci sto!”. Per lunghe ore a Varese abbiamo invece assistito al silenzio imbarazzato, a sinistra e a destra, ai distinguo e addirittura agli aperti ammiccamenti verso gli skin. Dice: ma quegli altri hanno ammazzato! Giusto, ma quando un movimento che ha la guida politica di questa terra titola sul suo giornale “Il mattatoio slavo”, quando suoi autorevoli esponenti sostengono che per gli albanesi tout court la vita vale zero, aprendo la strada all’equazione “stranieri uguale criminalità”, l’impressione che la nostra convivenza civile stia facendo un passo indietro è forte.

E ALLA FINE QUALCUNO DEVE PUR DIRLO – Se non ci fosse di mezzo la tragedia di un giovane morto, la situazione sarebbe davvero grottesca. Ma a chiedere rigore verso i clandestini, giro di vite, legalità, più polizia e carabinieri per le strade, in due parole “legge e ordine” è sfilato un corteo nel quale allignavano pregiudicati per spaccio, per rapina, ex sorvegliati speciali, indagati per tentato omicidio e rissa più una nutrita rappresentanza di diffidati da stadio. Insomma, un piccolo estratto del codice penale ambulante. E’ proprio vero che anche nel momento più buio, la scintilla del comico non muore mai. E anche la notizia che mercoledì ad Abbiategrasso un operaio albanese ha bloccato un rapinatore di Varese, dovrebbe mettere da sola a nanna il frastuono di luoghi comuni e parole a vanvera che c’è toccato sentire nelle ultime ore.

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Pubblicato il 18 Giugno 2005
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