Il popolo del Varese saluta il suo Peo
Ai funerali di Maroso in tanti hanno reso omaggio al presidente onorario biancorosso. Don Mauro: «Ha messo il suo talento a disposizione degli altri, la città raccolga la sua storia»
Riposerà in pace lassù, al cimitero di Velate. Così, ogni volta che il Varese scenderà in campo avrà la vista sul "Franco Ossola" e magari si incavolerà quando i ragazzi sul terreno di gioco non si muoveranno a dovere. Perché Peo Maroso era così, appassionato ed energico ma anche dolce quando vedeva i bambini sul campetto in sintetico, e a ricordarlo ci hanno pensato centinaia di varesini d’origine e di adozione arrivati a San Vittore per il suo funerale.
Tra di loro il Varese di ieri, di oggi e di domani (la Primavera), e agli uomini di Castori sono stati affidati i compiti più toccanti: Loris Damonte ha letto una lettera di saluto mentre alcuni dei suoi compagni hanno trasportato a spalla la bara dall’altare al sagrato della basilica, dove si è levato al cielo l’ultimo applauso. E a salutare Peo sono arrivati tanti di quelli che hanno condiviso con lui gioie e dolori in biancorosso: dai campioni del mondo Gentile e Marini a Ricky e Luca Sogliano; da Devis Mangia al mito Anastasi fino a Ramella, Andena, De Lorentiis, Fabris, Bianchi, Lonardi, Carmignani, Muraro, Limido, Arrighi, Pasquina e altri ancora. E poi l’ex preparatore Begnis, l’ex procuratore Pierantozzi e l’ex questore Cardona per finire con Cicci e Aldo Ossola, altre due colonne della Varese sportiva che non potevano mancare a un momento speciale.
Come speciale è stato il Vangelo scelto per la cerimonia: la parabola dei talenti. «Il nostro Peo – ha detto nell’omelia don Mauro, sacerdote che conosce bene la famiglia Maroso – ha ricevuto tanti talenti che hanno dato i loro frutti e sono anche stati messi a disposizione di altre persone, perché anche i loro talenti sbocciassero».
E ancora: «Per la nostra città Pietro è una pagina di storia non simbolica ma concreta, per tutto quello che ha fatto. Ma al di là della sua esperienza sportiva c’è anche una vicenda umana messa a dura prova dalla malattia: oggi possiamo dire che Peo ha giocato la sua partita fino all’ultimo e l’ha vinta, perché anche negli ultimi mesi ha rispettato le proprie responsabilità e si è consegnato all’abbraccio di Dio con dignità e compostezza». Don Mauro ha poi terminato con un auspicio: «Peo ora vedrà Dio faccia a faccia; la sua storia umana e sportiva si è conclusa ma non sarà dimenticata. La nostra città sappia raccoglierla e valorizzarla».
All’uscita ancora tanti applausi ad accompagnare la bara, ornata con la maglia viola e una sciarpa del Varese e da fiori biancorossi. E qualcuno, lanciando l’ultimo sorriso al Peo, pensa a quanto è accaduto la sera prima al Franco Ossola e al pareggio in extremis del Bari. «Se il Varese avesse vinto, Castori avrebbe eguagliato il record di vittorie biancorosso a inizio campionato che invece è rimasto del Peo. Magari, dal cielo, lui ha dato una spintarella quel pallone al 91’…». Uno scherzetto che era nelle corde di uno come Maroso: serio, preparato ma anche ironico al punto giusto. Mica scontato nel mondo del calcio, e anche per questo ci mancherà.
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