Il 26 maggio della Cecchina
Pierfauso Vedani rievoca due ricordi personali legati alla grande battaglia garibaldina che liberò anche Varese e Como dal dominio austriaco
26 maggio 1859, Varese non conoscerà più il dominio austriaco: è infatti il giorno della grande
battaglia garibaldina, della tanto desiderata libertà; le camicie rosse, sempre guidate da Garibaldi, faranno il bis 24 ore dopo a San Fermo di Como, la liberazione proseguirà, poi ci saranno altre date storiche e altre guerre prima di vedere il tricolore sull’intera penisola.
Della battaglia di Varese si sa moltissimo se non tutto, come del resto di quella di San Fermo e io non ho, da semplice cronista, novità o curiosità storiche da aggiungere o rispolverare, ho però due ricordi personali che in questi giorni affiorano regolarmente.
Quando, agli inizi degli Anni 60, lavoravo alla Provincia di Como accadeva un fatto singolare.
L’avvocato Benzoni, oratore formidabile che come cronista giudiziario ben conoscevo, fascistissimo – era stato volontario anche nella guerra di Spagna – persona colta e stimabile, ogni anno il 27 di maggio veniva invitato a San Fermo dove la destra era vista veramente male, ma dove si apprezzava il modo in cui l’avvocato Benzoni celebrava il Risorgimento, Garibaldi, la battaglia. Alla fine dei suoi discorsi gli applausi erano veramente intensi e accompagnati da sventolii di tricolori, ma anche di bandiere rosse. A San Fermo il 26 maggio era un giorno della concordia se non un armistizio bene accetto da tutte le parti. E nessuna segreteria di partito eccepiva.
Il 26 maggio 1859 alle prime cannonate la mia bisnonna Cecchina, acchiappò l’ultimo nato, di una formidabile covata, el Pedrin, mio nonno, nato a gennaio, e lasciata la “Curt di Ruman” di Bosto
assieme a parenti e altri abitanti della corte, si lanciò per i prati verso il lago.
Accadde che il Pedrin scivolasse fuori dal “port enfant” e che la Cecchina non se ne accorgesse subito, dopo di che la ricerca del figlioletto fu lunga, per certi versi angosciosa e per di più con risvolti durati a lungo nel tempo perché mio nonno ogni tanto creava inquietudini in famiglia: “Ma mi sun propi mi? Chi mi garantisce che mia mamma abbia raccolto me nel prato e non un altro?”
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