Continua la Golden Era degli Stones
E in Let It Bleed c’è il primo cambio di chitarrista
Secondo album della Golden Era degli Stones e secondo capolavoro. Il gruppo era in un periodo molto problematico: Brian Jones era diventato inaffidabile per problemi di droga ed era stato espulso dal gruppo a metà registrazione – purtroppo morì poi a luglio – per essere sostituito da Mick Taylor. Morale: in due pezzi c’è Jones (mai alla chitarra), in due Taylor, e più in generale fa tutto Keith. Gli Stones sono al loro meglio e subito Gimme Shelter – certamente uno dei loro pezzi migliori in assoluto, con una prestazione splendida della cantante Merry Clayton – ci fa capire che la strada iniziata con Beggars Banquet è solida. E si era già capito in estate, quando avevano fatto uscire il 45 giri di Honky Tonk Women che qui appare in versione country acustica. Keith debutta anche come cantante, e nella sua You got the silver sembra di leggere un po’ di sconcerto per la sua Anita che lo aveva tradito con Mick. E visto che abbiamo sempre parlato giustamente di sessionmen che hanno fatto la storia del rock, qui ce ne sono a bizzeffe: da Ry Cooder a Jack Nitzsche, da Leon Russell a Nicky Hopkins sino ad Al Kooper… E l’organo di quest’ultimo verrà ripreso nella celeberrima scena del funerale del Grande Freddo, dove l’attacco di You can’t always get what you want fa venire sempre i brividi!
Curiosità: i più giovani, non avendola mai vista, si chiederanno cos’è quella strana bacchetta che sale al centro del disco in copertina e spunta in mezzo alla torta. Quello era un cambiadischi automatico (il titolo provvisorio del disco era Automatic Changer): caricavi due o tre LP in alto, ed alla fine di ognuno il braccio tornava in posizione, cadeva un disco, e il braccio si posizionava all’inizio. Cosa avessimo da fare per impedirci di alzarci una volta ogni venti minuti resta un mistero…
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